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Akram Khan: “Il corpo delle donne è sacro perché è lo scrigno della memoria”

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Il celebre coreografo sarà al Romaeuropa festival con “Thikra”, un ensemble di sole danzatrici in cui la tradizione indiana dialoga con l’arte contemporanea.
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Compie 40 anni il più importante festival internazionale della capitale, Romaeuropa (Ref), e conserva intatta la sua unicità: l’invasione di danza, teatro, musica che fino al 16 novembre promette di sorprendere e divertire, dai (La)Horde a Mandafounis; il dialogo tra culture e linguaggi, come dice il direttore Fabrizio Grifasi, e la ricchezza di una memoria che l’anniversario riallaccia con la presenza di artisti, parte integrante della storia del Ref: Anne Teresa De Keersmaeker, Lia Rodrigues, Milo Rau, Israel Galván. Su tutti la star Akram Khan, danzatore e coreografo britannico, 51 anni, origini bengalesi, il cui cult per bambini, Chotto Desh, girerà l’Italia, dal 30 a TorinoDanza, il 16 ottobre a Cagliari, il 22 a Potenza.

Akram Khan, 51 anni 

Al Ref, Kahn c’è stato per ben 14 edizioni, la prima nel 2002 con Kaash che lo fece subito amare per l’interazione tra danza occidentale e katak i…

Compie 40 anni il più importante festival internazionale della capitale, Romaeuropa (Ref), e conserva intatta la sua unicità: l’invasione di danza, teatro, musica che fino al 16 novembre promette di sorprendere e divertire, dai (La)Horde a Mandafounis; il dialogo tra culture e linguaggi, come dice il direttore Fabrizio Grifasi, e la ricchezza di una memoria che l’anniversario riallaccia con la presenza di artisti, parte integrante della storia del Ref: Anne Teresa De Keersmaeker, Lia Rodrigues, Milo Rau, Israel Galván. Su tutti la star Akram Khan, danzatore e coreografo britannico, 51 anni, origini bengalesi, il cui cult per bambini, Chotto Desh, girerà l’Italia, dal 30 a TorinoDanza, il 16 ottobre a Cagliari, il 22 a Potenza.

Akram Khan, 51 anni 

Al Ref, Kahn c’è stato per ben 14 edizioni, la prima nel 2002 con Kaash che lo fece subito amare per l’interazione tra danza occidentale e katak indiano e ora porta la nuova creazione che — ed è una novità — è l’ultima della sua compagnia che poi si scioglierà. Lo spettacolo è Thikra: night of remembering, il 5 e 6 novembre al teatro Brancaccio: un rituale arcaico su passato e futuro, memoria ancestrale e sapere presente, un ensemble femminile di 14 tra danzatrici di Bharatanatyam, antico stile dell’India meridionale, e interpreti di danza contemporanea, e la collaborazione di Manal AlDowayan, artista visiva che ha rappresentato l’Arabia Saudita alla Biennale arte di Venezia lo scorso anno.

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Mr.Khan, “Thikra” è nato e si è nutrito dell’incanto dell’antica oasi di AlUla in Arabia Saudita, dove lo scorso gennaio è nato su commissione del Wadi AlFann, il museo all’aperto di Land Art. Perché questo legame col mondo arabo?

«La Commissione Reale di AIUla invita artisti a confrontarsi con il luogo, mi creda, mozzafiato: si sente la ricchezza di un passato attraversato da diverse comunità, tra cui il regno dei Nabatei, antica civiltà di origine nomade beduina influenzata dalle interazioni con altre culture, ebraismo, islam, cristianesimo. Ho voluto conoscere la gente, gli artisti locali, ed è nata la collaborazione con Manal AlDowayan, fondamentale per lo spettacolo».

Perché ha voluto solo interpreti donne?

«Con Manal ci siamo seduti sotto le stelle nel deserto e lì abbiamo deciso di lavorare sulle storie delle comunità locali dove mi ha colpito il potere delle donne, la loro forza, il legame con la tradizione. Mi ha parlato di poetesse arabe che un tempo, tra le rovine, declamavano storie spirituali che la gente ascoltava».

Non è strano questo potere femminile in un paese che oggi reprime la libertà delle donne?

«Tra la gente, la mia percezione sull’Arabia Saudita è molto cambiata. D’altra parte, se senti quello che accade in Inghilterra contro i richiedenti asilo, ti sembra un posto vergognoso. Bisogna stare attenti a dipingere un paese con una sola pennellata. Me lo ha insegnato mia madre a cui devo l’amore per la mitologia e le religioni che lei raccontava attraverso le protagoniste femminili perché, diceva, la prospettiva maschile è già dominante».

Così è stato per Thikra?

«Abbiamo studiato miti e pratiche sacre femminili della tradizione araba, e con Manal abbiamo creato il nostro mito sulla memoria ancestrale: un rituale in cui la Madre, leader di una tribù, ricorda attraverso due guide gemelle lo spirito della sua antenata, una principessa».

Perché è così interessato al passato?

«È la chiave del futuro, la lezione. La nostra civiltà, invece, sceglie non di imparare ma di dimenticare. Guardi col Covid».

Lo spettacolo rinnova il suo amore per gli scambi culturali oriente-occidente, danza indiana e contemporanea.

«Per la prima volta lavoro con un gruppo così numeroso di ballerine classiche indiane. Nella danza indiana tradizionale c’è ancora un aspetto legato al sacro, io voglio lavorare con corpi che incarnano questa sacralità, come le danzatrici di Bharatanatyam, ma anche Azusa Seyama Prioville, storico membro del Tanzatheater Wuppertal che interpreta la Madre. Le ballerine di Pina Bausch sono le più belle narratrici».

È l’ultimo spettacolo della Akram Khan Company. Poi che succederà?

«Il mio produttore ed io vogliamo fare cose nuove e per farlo dovevamo chiudere. Sia chiaro: non smetterò di lavorare. Nel 2026 debutto con Lady Macbeth al Royal Danish Ballet, sto realizzando un progetto circense e sono in trattativa con la compagnia di Pina Bausch. Inizio una nuova fase che spero di far vedere ai Ref futuri. Questo festival e il pubblico sono una famiglia per me. Come l’Italia. Sono fan di Romeo Castellucci e di Giovanna Mezzogiorno, di cui presi una cotta a 13 anni, quando facevo il Mahabharatha di Peter Brook con suo padre Vittorio. So che è una brava attrice. Vorrei invitarla allo spettacolo. Anzi se lei mi aiuta, glielo facciamo sapere».

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