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Vittorio Grigolo “Con Pavarotti ho capito che l’Opera deve produrre felicità”

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Il tenore sarà il 30 all’Arena di Verona per l’evento dedicato ai 90 anni del suo maestro. “Mi ha regalato il successo e io l’ho reso fiero”
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Da piccolo, lo chiamava «campionissimo». «Avevo tredici anni quando ho incontrato il maestro Pavarotti, è stato una presenza fondamentale nella mia vita. Ci siamo voluti bene e gli devo tanto» racconta da Londra il tenore Vittorio Grigolo, tra i protagonisti, il 30 settembre, dell’evento all’Arena di Verona Luciano Pavarotti 90 — L’uomo che emozionò il mondo, per celebrare i 90 anni della nascita dell’artista (il 12 ottobre 1939). Un grande concerto in cui lirica e pop dialogano (sarà trasmesso su Canale 5, la data è da stabilire), a cui parteciperanno, tra gli altri, Il Volo, Ligabue, il violoncellista Stjepan Hauser, Laura Pausini, Andrea Bocelli, José Carreras, Plácido Domingo, Marcelo Álvarez, Luca Carboni, Yusif Eyvazov, Angela Gheorghiu, Mahmood, Giuliano Sangiorgi, Jonathan Tetelman. Nel 2026 sarà protagonista di Romeo e Giulietta all’Opera di Roma.

Grigolo, cosa fa a Londra?

«Preparo un progetto dedicato a Fran…

Da piccolo, lo chiamava «campionissimo». «Avevo tredici anni quando ho incontrato il maestro Pavarotti, è stato una presenza fondamentale nella mia vita. Ci siamo voluti bene e gli devo tanto» racconta da Londra il tenore Vittorio Grigolo, tra i protagonisti, il 30 settembre, dell’evento all’Arena di Verona Luciano Pavarotti 90 — L’uomo che emozionò il mondo, per celebrare i 90 anni della nascita dell’artista (il 12 ottobre 1939). Un grande concerto in cui lirica e pop dialogano (sarà trasmesso su Canale 5, la data è da stabilire), a cui parteciperanno, tra gli altri, Il Volo, Ligabue, il violoncellista Stjepan Hauser, Laura Pausini, Andrea Bocelli, José Carreras, Plácido Domingo, Marcelo Álvarez, Luca Carboni, Yusif Eyvazov, Angela Gheorghiu, Mahmood, Giuliano Sangiorgi, Jonathan Tetelman. Nel 2026 sarà protagonista di Romeo e Giulietta all’Opera di Roma.

Grigolo, cosa fa a Londra?

«Preparo un progetto dedicato a Frank Sinatra, con Tony Renis. L’idea è nata al Ravello Festival, quando, insieme a Demo Morselli, abbiamo reso un omaggio al grande cantante. Poi c’è stato il concerto a Montecarlo e Tony mi ha incoraggiato: “Hai swing”».

Primo incontro con Pavarotti?

«Avevo 13 anni, il maestro Daniel Oren mi aveva scelto per La Tosca, lo conobbi alle prove al Teatro dell’Opera di Roma, nel 1990. Si invaghì della mia voce e del mio carattere. Facevo il pastorello. Mi disse: “Ciccio, sei il mio campionissimo”. Non gli davo tregua, lo seguivo dappertutto, mi sembrava incredibile parlargli».

Era fan?

«Come se adori Federer, vai a giocare a tennis, te lo trovi davanti e puoi passare un po’ di tempo insieme. Cercavo di carpire i segreti di Luciano, che poi mi sarei portato dietro. Avevo già capito che volevo fare carriera nella lirica. Gli dissi: “Voglio diventare il più forte”. “Allora devi studiare tanto”. Quando c’era un po’ di tempo, andavo nel suo camerino».

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L’ultimo incontro?

«A Pesaro, a studiare da lui. Dovevo debuttare con La Bohème a Washington. Nicoletta (Mantovani) mi disse che voleva sentirmi, era a letto con la flebo: “La voce è sempre quella di quando eri piccolo?”. E poi: “Forse non potrò mai avere il piacere di ascoltare la tua voce in teatro”. Stava nella prima camera, mi fece accomodare a tre, quattro camere di distanza. “Voglio sentire se la voce mi arriva da lontano”. Era rimasto soddisfatto, si alzò, mi raggiunse ma rimase poco. Nella stanza c’era un leggio pesante di legno».

Era generoso.

«Sì. Credeva nel talento: mi ha regalato il successo e io l’ho reso fiero».

Piccoli segreti del camerino?

«La Coca Cola col ghiaccio, il panno bagnato, tante cose da mangiare. Aveva di tutto in camerino. Io mangiavo poco durante la recita, Luciano non disdegnava».

Era amato in tutto il mondo: la più grande vittoria di Pavarotti?

«Aver portato l’opera a tutti. Era un pescatore di anime. Ci è riuscito attraverso Pavarotti & friends, il connubio tra pop e lirica. Aveva il carisima, che pochi hanno. Uno può essere un bravissimo interprete, ma è diverso. Mi disse: “Vittorio, tu hai una cosa che non posso insegnare: è il carisma”. Mi colpì».

Tenore promettente, il successo: il punto di svolta nella sua carriera?

«Mi ha aperto le porte la mia Manon a Londra, con Anna Netrebko, nel 2010. Vede, nella carriera di un cantante bisogna anche fare come si faceva una volta. Penso a quando Renata Tebaldi e Fiorenza Cossotto, andavano a vedere il calendario delle altre e studiavano le loro opere. Se la protagonista si ammalava, erano pronte. Noi non registriamo, è sempre buona la prima».

Seguì l’esempio?

«Feci la stessa cosa, Rolando Villazón cancellò alcune opere. E subentrai. Sfortuna tua, fortuna mia, ma bisogna essere preparati».

Verdi o Puccini?

«Mi sono avvicinato a tutti e due scoprendo nuovi ruoli, ho debuttato nel Trovatore, ma sono legatissimo a Puccini per la scrittura. Sono due autori geniali, incredibili. Ho un elastico dentro, che mi porta a essere dolce e forte. Però mi sento un po’ più pucciniano dal punto di vista del sentimento d’amore; mi sento più romantico e passionale, rispetto all’approccio più riflessivo che ha Verdi».

C’è una popstar con cui vorrebbe duettare?

«Stevie Wonder, sicuramente. Taylor Swift è la numero uno. Un bel duetto con Bruno Mars l’ho fatto all’epoca, Sting è un caro amico. Adele e Lady Gaga mi piacciono moltissimo. Un’altra donna con cui mi sarebbe piaciuto cantare è Amy Winehouse, era straordinaria».

Porta il bel canto in un mondo in guerra: che sentimento le suscita?

«Sono ambasciatore della musica, se si canta insieme si diventa tutti fratelli. La musica unisce, l’arte può far solo del bene. Quando si canta, si liberano frequenze importantissime e si produce serotonina, l’ormone della felicità. Non c’è più separazione, ma un senso di comunione».

Poetico, ma in pratica?

«Non ci sono solo due guerre, in Israele e in Ucraina, ma cento. Dobbiamo lavorare per eliminarle tutte. Basta muri. Ero cantore del coro della Cappella Sistina, portavo il caffè in camera a papa Wojtyla, era un uomo del fare. Lo ammiravo tanto. Si sarebbe messo in mezzo, avrebbe gridato: “Non si fa niente, vado vedere con i miei occhi”. Anche la musica fa: mandatemi come ambasciatore a cantare».

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