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Vinicio Marchioni è Riccardo III: “Il male non è nella deformità, spesso si annida nella bellezza”

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Il 15 ottobre il debutto al Morlacchi di Perugia nel lavoro diretto da Antonio Latella
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Roma – Che cos’è il male? Possibile che tutto il male sia dovuto a una malformazione, a una gobba? Eppure il male è presente anche in natura, e s’annida in un’umanità bella e coscienziosa. Parte da questo aspetto non mostruoso il Riccardo III impersonato da Vinicio Marchioni, reso incline a un’eccellenza della parola dalla regia di Antonio Latella nel lavoro dello Stabile dell’Umbria e di Lac Lugano Arte e Cultura atteso al debutto il 15 al Morlacchi di Perugia.

«D’altronde Lucifero era il più bello degli angeli, e si è ribellato, è diventato diabolico - sostiene Marchioni - a dimostrazione che il bene e il male coesistono, che nella Guerra delle Rose i tradimenti e le uccisioni erano all’ordine del giorno tra gli aspiranti alla corona e all’onore. La disonestà, la colpa e l’ingiustizia non sono cose che ti deformano necessariamente le spalle, e le atrocità di Shakespeare puoi trasmetterle anche con un suono grammaticale, con una forma declamatoria, con un linguaggio, senza bisogno di…

Roma – Che cos’è il male? Possibile che tutto il male sia dovuto a una malformazione, a una gobba? Eppure il male è presente anche in natura, e s’annida in un’umanità bella e coscienziosa. Parte da questo aspetto non mostruoso il Riccardo III impersonato da Vinicio Marchioni, reso incline a un’eccellenza della parola dalla regia di Antonio Latella nel lavoro dello Stabile dell’Umbria e di Lac Lugano Arte e Cultura atteso al debutto il 15 al Morlacchi di Perugia.

«D’altronde Lucifero era il più bello degli angeli, e si è ribellato, è diventato diabolico - sostiene Marchioni - a dimostrazione che il bene e il male coesistono, che nella Guerra delle Rose i tradimenti e le uccisioni erano all’ordine del giorno tra gli aspiranti alla corona e all’onore. La disonestà, la colpa e l’ingiustizia non sono cose che ti deformano necessariamente le spalle, e le atrocità di Shakespeare puoi trasmetterle anche con un suono grammaticale, con una forma declamatoria, con un linguaggio, senza bisogno di tare fisiognomiche».

Marchioni in teatro con Antonio Latella 

E’ la terza volta che Latella scommette sulle qualità personali di questo attore, dopo avergli affidato nel 2012 lo Stanley Kowalski di Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams e nel 2021 il George di Chi ha paura di Virginia Woolf? di Albee. Qui, ora, l’adattamento al testo elisabettiano elaborato dal regista e da Federico Bellini tralascia ogni realismo, ogni struttura rinviante a interni di castello, preferendo mettere in campo un’installazione fondata sulla bellezza, sul fascino. «Partiamo da una drammaturgia di quasi cinque secoli fa, pensata con un’architettura cortigiana, un impianto più importante dell’igiene: all’epoca ci si lavava poco, ed era l’eloquenza a sedurre, a creare incantesimi o malefici».

Riccardo III era l’ultimo pezzo seriale di una tetralogia del Bardo nata con tre parti dell’Enrico VI, dando forte peso ai caratteri femminili, tant’è che la spodestata regina Margherita di Candida Neri lancia anatemi contro la famiglia York (di Gloucester poi Riccardo III) a causa dei danni inferti ai Lancaster. A dispetto delle convenzioni, non c’è da aspettarsi un Marchioni grande guerriero dittatore.

«L’essere deforme non è la mia anomalia, ossia la gibbosità non scompare del tutto ma non impersono il gobbo di Notre Dame. Ho un corpo dei nostri giorni che si barcamena meglio con altri personaggi maschili, mentre con le donne arrivano i problemi: la regina Elisabetta di Silvia Ajelli, la Duchessa di York di Anna Coppola, la Lady Anna di Giulia Mazzarino (ma esiste con lei la scena d’amore?)».

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Tra i compagni di scena, c’è per lui di nuovo Annibale Pavone. Il cast è prevalentemente giovane, perché Latella fin dalla Biennale s’è sempre preoccupato di lavorare con nuove leve. «Il vero combattimento è col testo, Antonio vuole che si parli e non si reciti. Ci chiede, con la drammaturga Linda Dalisi, di agire come se tutto accadesse ora per strada». Lo spettacolo dovrebbe contenersi in tre ore, anziché sfiorare le quattro e più.

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