Tiago Rodrigues, per il secondo quadriennio (fino al 2030) direttore del Festival di Avignone, ha 48 anni, è portoghese, ha mostrato in Italia i suoi spettacoli audaci By Heart e Catarina e a beleza de matar fascistas, e inaugura ancora la stagione del Mercadante col suo ultimo lavoro La Distance, protagonisti la 25enne Alison Dechamps e il senegalese 44enne Adama Diop, nei ruoli di figlia e padre che nel 2077 si parlano da Marte alla Terra, una coproduzione del Teatro Nazionale di Napoli e Avignone, con altri teatri.
Rodrigues, il suo testo-regia è un’opera di fantascienza?
«Sì, perché non si può immaginare ora una storia del 2077 senza riflettere sul progresso scientifico e tecnologico che verrà. Questa impresa è distopica e realistica. E immagino la specie umana separata in due pianeti».
Cosa succede a un padre e una figlia divisi da 18 mesi di viaggio, e 225 milioni di km di distanza?
«Penso a una metafora: il rappo…
Tiago Rodrigues, per il secondo quadriennio (fino al 2030) direttore del Festival di Avignone, ha 48 anni, è portoghese, ha mostrato in Italia i suoi spettacoli audaci By Heart e Catarina e a beleza de matar fascistas, e inaugura ancora la stagione del Mercadante col suo ultimo lavoro La Distance, protagonisti la 25enne Alison Dechamps e il senegalese 44enne Adama Diop, nei ruoli di figlia e padre che nel 2077 si parlano da Marte alla Terra, una coproduzione del Teatro Nazionale di Napoli e Avignone, con altri teatri.
Rodrigues, il suo testo-regia è un’opera di fantascienza?
«Sì, perché non si può immaginare ora una storia del 2077 senza riflettere sul progresso scientifico e tecnologico che verrà. Questa impresa è distopica e realistica. E immagino la specie umana separata in due pianeti».
Cosa succede a un padre e una figlia divisi da 18 mesi di viaggio, e 225 milioni di km di distanza?
«Penso a una metafora: il rapporto poteva essere esplorato anche in due stanze divise di un appartamento, o in due luoghi diversi della Terra. Ma con “La Distance” metto in scena un divario generazionale, e due visioni del mondo su due pianeti»
Cosa sopravvive nei legami, e quanto influisce la comunicazione?
«E’ una storia macroscopica, sapendo che già oggi il potere è nelle mani di oligarchie digitali. Ho affrontato la questione insieme a due attori, Diop e Dechamps, per cui la scrittura è stata concepita e composta: una relazione intima e cosmica».
In che modo?
«Osservo qualcosa di piccolo che avverrà tra cinquant’anni. Non descrivo la società del futuro: preferisco sviluppare una vicenda familiare, con tutte le vulnerabilità immaginabili. Il progetto s’è sviluppato con ciò che accade a noi. Ho parlato delle sfide del nostro domani».
Lei come vede il nostro futuro collettivo?
«Siamo sommersi da date e scadenze: 2030, 2050, eccetera. Viviamo nell’era delle Timeline. Quando si parla di riscaldamento globale, sappiamo che tutto è cronometrato. Viviamo in un tempo di ansia condivisa, perché avvertiamo, a dispetto dei poteri politici ed economici, che non saremo in grado di rispondere alle esigenze».
Come lo spiegheremo alle generazioni future?
«C’è una profonda contraddizione tra la nostra capacità di creare e il nostro istinto di distruggere. Il 2077 diventa una data simbolica, successiva a varie scadenze da rispettare».
“La Distance” è una sorta di documentario del futuro?
«Non è un reportage. Mi avvicino a qualcosa già radicato nel nostro pensiero. Siamo tutti “antenati del futuro”, e l’epoca che segue ce ne chiederà conto. Cose penseranno del nostro tempo gli studiosi di domani, in merito all’1% della popolazione che detiene potere e ricchezza, e prende decisioni? La stessa cosa che io riscontro nei miei antenati portoghesi del XVI secolo, alcuni dei quali responsabili di colonizzazioni e schiavitù a danno di interi popoli».
Un giorno noi non saremo più in grado di coesistere?
«I prossimi terrestri vivranno in condizioni più dure delle nostre. Nonostante guerre, epidemie e crisi, c’è sempre stata una speranza: che sforzi e sacrifici servissero a garantire una vita migliore».
Lei si interroga sul potere del teatro?
«Il teatro è reale quanto il respiro. Nessuno ha deciso la funzione del respiro! Il teatro fa parte dell’avventura umana, come il silenzio o la commozione. E quest’arte è in qualche modo politica, perché dipende da un’assemblea umana, da una compresenza fisica tra individui e città».
Il rapporto a distanza padre-figlia le ha suggerito un impianto?
«Racconto una relazione interplanetaria, devo rendere tangibile l’ellisse dei pianeti, la circolarità. L’ho fatto con una piattaforma girevole, un dispositivo rotondo che rende visibili sia la Terra che Marte, con un interprete per lato. Una scena di solitudine e separazione. La velocità della piattaforma crea un ritmo, una quantità di parole pronunciabili».
Cosa l’ha spinta a far leva su questi due attori?
«Un’opera così può creare inquietudine, ma con Adana Diop ho già lavorato ne Il giardino dei ciliegi di Cechov con Isabelle Huppert, portato al Teatro Grande di Pompei. Ho con lui amicizia e complicità. Per altro io scrivo solo prima delle prove. E io e Adama condividiamo un’ansia per il futuro e per la distanza, perché “non francesi” lavoranti in Francia, anche se lui ha fondato una scuola per attori a Dakar. Io pure ho insegnato, e ho incontrato Alison Dechamps, una brava giovane attrice diplomata alla scuola del Théâtre National de Bretagne».
Come procede intanto la sua direzione del Festival di Avignone?
«Mi occupa ogni giorno dell’anno da settembre a luglio. E’ un’avventura molto esigente ed è per questo che vivo e vivrò ad Avignone fino al 2030. Lì ha debuttato La Distance. Poi viaggio anche per i miei spettacoli, per vedere altri artisti. Con i piedi piantati sulla Terra».