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Riccardo Muti difende i giovani musicisti: “Lo Stato li aiuti invece di chiudere le orchestre”

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All’Italian Opera Academy alla Fondazione Prada, il Maestro denuncia una deriva culturale che mette a rischio il futuro dell’opera italiana
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Il sasso lo lancia subito: “Dedicarmi ai giovani è stata l’operazione musicale più importante della mia vita”, dice, “E qui c’è la mia orchestra Cherubini che festeggia 20 anni, durante i quali si sono avvicendati ben 1200 ragazzi. Tanti di loro hanno poi trovato lavoro all’estero, ma altri, come molti giovani musicisti che con le famiglie hanno fatto sacrifici per studiare e diplomarsi col massimo dei voti, hanno finito per appendere lo strumento al muro, perché da noi le orchestre le chiudono. Ma io dico che lo Stato ha il dovere di garantire un posto a questi ragazzi”. E’ pensando alle nuove generazioni che Riccardo Muti, 84 anni, ha aperto mercoledì sera, a Milano la nuova sessione della ‘sua’ Italian Opera Academy, percorso di lezioni per direttori di orchestra under 35, nato nel 2015, tenuto in diciassette sessioni tra Ravenna, Cina, Giappone, Corea.

Ora, per la terza volta, è ospite alla Fondazione Prada di Milan…

Il sasso lo lancia subito: “Dedicarmi ai giovani è stata l’operazione musicale più importante della mia vita”, dice, “E qui c’è la mia orchestra Cherubini che festeggia 20 anni, durante i quali si sono avvicendati ben 1200 ragazzi. Tanti di loro hanno poi trovato lavoro all’estero, ma altri, come molti giovani musicisti che con le famiglie hanno fatto sacrifici per studiare e diplomarsi col massimo dei voti, hanno finito per appendere lo strumento al muro, perché da noi le orchestre le chiudono. Ma io dico che lo Stato ha il dovere di garantire un posto a questi ragazzi”. E’ pensando alle nuove generazioni che Riccardo Muti, 84 anni, ha aperto mercoledì sera, a Milano la nuova sessione della ‘sua’ Italian Opera Academy, percorso di lezioni per direttori di orchestra under 35, nato nel 2015, tenuto in diciassette sessioni tra Ravenna, Cina, Giappone, Corea.

Ora, per la terza volta, è ospite alla Fondazione Prada di Milano, nel suo più ampio spazio, il Deposito, dove, nove direttori d’orchestra e quattro maestri concertatori, e i cantanti, chi cinese polacco, o italiano, tutti freschi di studi e selezionati con un bando internazionale, hanno l’opportunità di seguire uno dei più grandi direttori al mondo, al lavoro sul Don Giovanni di Mozart: sei giorni di lezioni-prove con la Cherubini e il Coro della Cattedrale di Siena ‘Guido Chigi Saracini’, aperte anche al pubblico, che il 30 termineranno, poi, con l’esecuzione integrale dell’opera mozartiana in forma di concerto sempre diretta da Muti. “Per me è l’occasione per trasmettere quello che ho imparato dai miei maestri”, dice il direttore che in due ore di presentazione l’altra sera, col consueto temperamento appassionato, ha intrecciato finalità didattiche (“ragazzi, nello studio il punto di arrivo non esiste”), a riflessioni e invettive su temi che sono diventati una sua costante: la deriva culturale e musicale del nostro Paese, la malagestione “di destra e di sinistra, non ne faccio una questione politica. In Corea, solo a Seoul ci sono 22 orchestre, da noi anni fa ebbero il coraggio di eliminare l'orchestra della RAI di Milano, di Roma, di Napoli”, ha detto rivolto alla platea da “tutto esaurito”, e in prima fila i padroni di casa Miuccia Prada e Patrizio Bertelli. “E d’altra parte l’opera italiana, diventata patrimonio dell’umanità, spesso non è una gloria, ma è maltrattata. Come italiano che ha avuto degli insegnanti seri, molto severi, quando senti dieci tenori che urlano per fare l’acuto e strappare l’applauso... che altro dire? Oppure i direttori stranieri che non parlano l’italiano ma dirigono Verdi, Donizetti, e anche il Mozart-Da Ponte, dove “una parola corrisponde a un suono ma devi conoscerne il significato e l’emozione che quella parola comunica”.

Mette in guardia dalle messe in scena che vanno in una direzione opposta alla musica, ma anche dai recensori che dedicano alle regie i loro commenti e solo due righe alla musica. “Sono battaglie che non faccio per me, io la mia carriera l'ho fatta, nonostante l'Italia. Lo faccio per questi ragazzi, meravigliosi anche con tutti i difetti e per la nostra cultura che vedo maltrattata, volgarizzata. Io sono legato al mio paese”. Meglio Don Giovanni, dunque, “personaggio profondo, che rappresenta il Male, sì, ma anche il disordine, la libertà, al punto che nel finale, quando sparirà all’inferno, tutti personaggi si troveranno persi nel buio”. Un pensiero di grande affetto Muti lo dedica a Giorgio Strehler, con cui, tra le tante edizioni del capolavoro mozartiano da lui eseguite, firmò quella magnifica alla Scala nell’87. “Fu una lezione teatrale per me. Anche solo per arrivare alla luce giusta, lui ci lavorò ore e ore. Non credo che imparerei tanto dai registi di oggi”.

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