Spettacoli

Angelo Duro torna in scena. Gay, disabili, sesso: lo show è il trionfo della scorrettezza

Angelo Duro torna in scena. Gay, disabili, sesso: lo show è il trionfo della scorrettezza

I silenzi, le bordate, gli “insulti”: successo di pubblico per “Ho tre belle notizie”, al teatro Arcimboldi di Milano fino al 5 dicembre

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Angelo Duro, com'è noto, non è tipo da mezzi termini. Ed è pure uno di quelli che amano farsi sentire anche quando non parlano, o addirittura non sono nemmeno presenti. Al teatro Arcimboldi di Milano, ad esempio, per la prima delle nove date in programma fino al 5 dicembre per il nuovo spettacolo Ho tre belle notizie, nell'attesa che si alzasse il sipario ha fatto mandare in filodiffusione una lunga sessione di liscio con una voce che a più riprese avvisava la platea: “Questa musica di merda è stata selezionata da Angelo Duro, perché vuole che iniziate a soffrire ancora prima che cominci lo spettacolo”.

E poco importa se alla fine la musica non fosse poi così male, il legame tra palco e pubblico si salda in anticipo, con quest'ultimo che pian piano riempie la sala e accoglie l'arrivo in sala di Massimo Boldi con un mini coro spontaneo “Cipollino, Cipollino”, con annesso applauso. Ma lo spettacolo è lì, davanti a una scarna scenografia che si illumina al comparire di Angelo Duro, di nero vestito, accanto all'asta del microfono che per un paio di ore filate non lascerà mai. Se ne sta immobile, gioca con i silenzi com'è solito fare, quelle pause che precedono la bordata più scorretta che si possa pensare, senza curarsi delle conseguenze. Lui è così, prendere o lasciare. La gente prende, prende eccome, e si porta dietro pure tutta la famiglia, bambini compresi (il che è abbastanza incomprensibile da sé, ma tant'è). “Vai col liscio” gli urla qualcuno, ma Angelo Duro rimane immobile per un tempo che sembra interminabile. Pausa. Ancora pausa. Poi: «Avete finito di rompere il c...o?».

Non male insomma come inizio per lo show che si apre su alcune considerazioni sparse su fama e denaro: «Ho fatto un film, chi l'ha visto?», chiede aspettando che tutti, ma proprio tutti alzino la mano in segno di affermazione. «Guarda che casino che ho combinato, sono troppo forte, più di un milione di persone al cinema e un altro milione che l'hanno visto piratato, 'sti morti di fame». Angelo Duro inizia prima con qualche brutta notizia, su come ad esempio il successo del film gli abbia procurato più svantaggi che altro, di quanto lo abbia rovinato e di come le persone e soprattutto i familiari attorno a lui siano cambiati, passando dalla vergogna al vanto di conoscerlo.

Funziona, strappa risate, insulta il pubblico che vuole intervenire con qualche battuta buttata lì e incassa applausi. Dice: «Ora sono pop, sono diventato per tutti, e nel pubblico pop ci stanno le persone sensibili, quelle che si offendono per ogni cosa», ed è qui la vera chiave che accende il motore dello spettacolo, perché è il momento in cui Angelo Duro attacca a sparare a zero su tutti, facendo leva come al solito sull'ambiguità e le zone d'ombra di un certo politicamente corretto, quello che non perdona nulla e che stira ogni cosa lungo i binari della cultura woke. Benissimo. Poi però parla dei diversamente abili e si chiede perché non possa chiamarli handicappati, argomentando anche di come sia diventato un inferno per loro dopo che si è preso a indicarli – appunto – “diversamente abili”, perché «una volta potevano rimanere a casa a fare un c...o, ora gli fanno fare tutto». E finito con loro, dopo aver esagerato non poco nei toni e negli affondi anche sugli atleti paralimpici, arriva alla prima delle tre buone notizie. Che naturalmente è letta al contrario: nella spietata crudezza del “linguaggio duriano” la bella notizia non è che «quella che sta con me l'anno scorso è rimasta incinta», ma che ha perso il bambino. Gelo. Angelo Duro qui rimane impassibile, sa di andare oltre e si nutre di questa energia che frizza l'aria intorno a sé. Affronta a modo suo i temi della paternità, dei bambini con la sindrome di down, della violenza sessuale e psicologica che gli uomini possono subire dalle donne – e qui funziona pure nell'esplorare il sottosopra della psicologia maschile riguardo il sesso – delle madri dall'educazione violenta sui figli prima di farsi serio, e questa volta per davvero, per dire: «Io non ho mai picchiato una donna in vita mia e mai lo farò».

Ma è solo una pausa prima di un'altra raffica di battute sul mondo omosessuale e prima di affrontare le altre due “belle” notizie di uno spettacolo che dopo Milano girerà l'Italia in tour fino ad aprile 2026. Lo fa con la solita durezza di un'ironia nera che però in più parti lascia di stucco se non addirittura con il dubbio che manchi sempre un pezzo – dopo stilettate nude e crude e a volte dopo battute di basso taglio pre adolescenziale a sfondo sessuale – a chiudere il cerchio che porta alla risata. Che però arriva sempre puntuale da un pubblico molto ben disposto, fatto anche di signore di una certa età che ridono tantissimo, anche quando esplicitamente accenna a fellatio o sconcerie di ogni sorta. Al massimo si lasciano andare a un “Ma no, dai, così no”, ma poi ridono e si rimettono subito in sintonia con Angelo Duro, che sul finale dice: «Spero di avervi offesi tutti. Mi sembra di aver toccato tutte le categorie, no? Io quando offendo sono inclusivo, non lascio fuori nessuno. Ci tengo tantissimo che la gente si offenda. È troppo bello».

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