“Il gabbiano” di Checov, il lato grottesco dell’infelicità
di Anna BandettiniNessuno meglio di Cechov sa raccontare l’ intervallo tra la vita e l’immobilità. E a chi piace Il gabbiano scritto nel 1895, questo intermezzo lo si ritrova nella dimensione del passaggio generazionale, umano e culturale. La grande attrice Irina Arkadina, una sfacciata, vibrante Giuliana De Sio, è amata-odiata dal figlio Konstantin che le contesta il modello culturale e umano, in nome di un rinnovamento che non si vedrà. Tanto meno nella breve vacanza al lago della famiglia, dove ognuno affoga i propri sogni infranti nel modesto, immobile tran tran.
E’ l’aspetto grottesco dell’infelicità che Filippo Dini abbraccia e irride nel suo allestimento di Il gabbiano, coproduzione dello Stabile del Veneto, a Trento fino al 21, poi Roma dal 7 gennaio e in tournée fino a marzo. Tra un primo atto sovraeccitato e un secondo più meditato e conchiuso, emergono due bizzarre intuizioni registiche: i personaggi che cantano Guccini, gli U…
Nessuno meglio di Cechov sa raccontare l’ intervallo tra la vita e l’immobilità. E a chi piace Il gabbiano scritto nel 1895, questo intermezzo lo si ritrova nella dimensione del passaggio generazionale, umano e culturale. La grande attrice Irina Arkadina, una sfacciata, vibrante Giuliana De Sio, è amata-odiata dal figlio Konstantin che le contesta il modello culturale e umano, in nome di un rinnovamento che non si vedrà. Tanto meno nella breve vacanza al lago della famiglia, dove ognuno affoga i propri sogni infranti nel modesto, immobile tran tran.
E’ l’aspetto grottesco dell’infelicità che Filippo Dini abbraccia e irride nel suo allestimento di Il gabbiano, coproduzione dello Stabile del Veneto, a Trento fino al 21, poi Roma dal 7 gennaio e in tournée fino a marzo. Tra un primo atto sovraeccitato e un secondo più meditato e conchiuso, emergono due bizzarre intuizioni registiche: i personaggi che cantano Guccini, gli U2..., e lo spettacolino d’avanguardia di Kostantin che è firmato, in un reale passaggio generazionale, da Leonardo Manzan, tra i registi di oggi, uno dei più iconoclasti.
Per il resto parliamo di uno spettacolo corale: lo stesso Dini trasforma Trigorin in un bietolone balbuziente come certi eroi di Woody Allen, e poi Giovanni Drago il figlio nevrotico, Virginia Campolucci, Edoardo Sorgente-Medvedenko e, Gennaro Di Biase, Valerio Mazzucato, Angelica Leo , Enrica Cortese, Fulvio Pepe.