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"Hair” torna in palcoscenico: il suono della pace è ancora una rivoluzione

Il cast dello spettacolo "Hair" 

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Il leggendario spettacolo pacifista in scena a Milano, poi in tournée. Gli amori, le delusioni, le passioni, le paure di quella gioventù che pretendeva di essere felice come oggi nemmeno ci sogniamo
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MILANO – Sembrava tolto dalla naftalina e invece scopriamo che si è pure conservato bene. E dire che Hair — The tribal love rock musical, il leggendario spettacolo pacifista di Gerome Ragni e James Rado, con le musiche di Galt MacDermot, ne ha fatta di strada. Partito nel 1967 dall’Off-Broadway, nel giro di qualche settimana approdato ai trionfi di Broadway con tanto di scandalo per una scena di nudo collettivo, Hair era proprio lo spettacolo-specchio — divertito, romantico, provocatore — del suo tempo: raccontava i sogni (ispirati da marijuana e Lsd) di Claude, Berger, Sheila e compagni riuniti nel gruppo “dell’Età dell’Acquario”, capelloni hippie che sfuggivano al Vietnam, aborrivano la guerra e restituivano l’immagine della ribellione libertaria e antimilitarista di tanti giovani di allora dell’East Village a New York.

E ora, l’effetto-specchio di quello slancio pacifista e antiautoritario sembra funzionare ancora, a…

MILANO – Sembrava tolto dalla naftalina e invece scopriamo che si è pure conservato bene. E dire che Hair — The tribal love rock musical, il leggendario spettacolo pacifista di Gerome Ragni e James Rado, con le musiche di Galt MacDermot, ne ha fatta di strada. Partito nel 1967 dall’Off-Broadway, nel giro di qualche settimana approdato ai trionfi di Broadway con tanto di scandalo per una scena di nudo collettivo, Hair era proprio lo spettacolo-specchio — divertito, romantico, provocatore — del suo tempo: raccontava i sogni (ispirati da marijuana e Lsd) di Claude, Berger, Sheila e compagni riuniti nel gruppo “dell’Età dell’Acquario”, capelloni hippie che sfuggivano al Vietnam, aborrivano la guerra e restituivano l’immagine della ribellione libertaria e antimilitarista di tanti giovani di allora dell’East Village a New York.

E ora, l’effetto-specchio di quello slancio pacifista e antiautoritario sembra funzionare ancora, anche nel nostro più smagato momento, a vedere la ripresa di Hair, in questi giorni al Teatro Carcano di Milano dove resterà fino all’11 (poi in tournée fino alla fine di gennaio) dove sta raccogliendo applausi e un bel consenso di pubblico. Prodotto da Mts Entertainment, è una “edizione italiana” del musical, di tutto rispetto. Allestito in modo semplice ma non povero da Simone Nardini che ha tappezzato la scena e il teatro di slogan contro la guerra, questo “nuovo” Hair riflette gli amori, le delusioni, le passioni, le amicizie, i momenti più buffi e le paure di quella gioventù che pretendeva di essere felice come oggi nemmeno ci sogniamo.

Lo spettacolo si tiene in equilibrio tra la convenzione del musical e certe trovate più innovative, anche nelle coreografie funzionali di Valentina Bordi e nella musica dal vivo diretta da Eleonora Beddini e non delude nemmeno il cast, multietnico, come lo era consapevolmente quello originale del 1967: qui è composto da 18 interpreti e un gruppo di comparse, più cantanti (le voci, specie quelli femminili, sono notevoli) e ballerini che attori, anche perché per fortuna i dialoghi parlati sono pochi.

Poi c’è la squadra che ha tradotto e adattato il testo di Gerome Ragni e James Rado (e sono Sandro Avanzo, Simone Nardini, Eleonora Mosca, Leonardo Di Renzo, Alessio Pollastrini e Alice Orlando) trovando il linguaggio giusto: in modo non banale ha aggiornato il lessico e in parte anche i contenuti come quando, all’inizio, in una sorta di prologo, si fa la conta degli interventi militari Usa da dopo il Vietnam a oggi e in platea qualcuno chiede: ci sarà anche il Venezuela? Soprattutto, l’adattamento si è tenuto lontano dalla tentazione di edulcorare la rivoluzione libertaria, nemmeno in quegli aspetti che oggi ci fanno venire i brividi, come la ragazza incinta che si impasticca come non ci fosse un domani.

Senza trarre facili entusiasmi, da spettatori pensavamo che lo spettacolo bastasse a farci riascoltare hit come Let the sunshine in, Aquarius (e complimenti alla voce solista), Good morning starshine, invece lo slancio di quella controcultura, per quanto smandrappata, scorretta, imprecisa ma a suo modo coraggiosa, qualcosa smuove.

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