Spettacoli

“Mirra”, il desiderio che diventa condanna

“Mirra”, il desiderio che diventa condanna

La tragedia di Alfieri si fa incubo novecentesco tra echi pasoliniani e memorie ronconiane

1 minuti di lettura

È così inquietante, la regia contemporanea di Giovanni Ortoleva per la tragedia Mirra di Vittorio Alfieri, da far sì che l’incesto imposto da Afrodite alla giovane figlia di Ciniro, re di Cipro, in un testo scritto dall’autore nel 1786, sconfini ora in un tormento del 900 d’ambientazione pasoliniana. Non escludendo anche la malia famigliare tabù di Un dramma borghese di Guido Morselli del 1978. Da elogiare la scena, una sala da pranzo avvolta da veli, con lampadario anni 70-80, quasi in omaggio alla rara messinscena d’allora di Luca Ronconi.

Lorena Nacchia
Lorena Nacchia 

Sul palco la Madre (una puntuale e ignara Mariangela Granelli) e la Nutrice (una consapevole, canora Monica Demuru) finché entra il Padre incravattato Marco Cacciola, seguito dal Promesso Sposo di Mirra, Marco Divsic, che intuisce i dilemmi della ragazza. E s’affaccia la Mirra di Lorena Nacchia, che non nasconde mestizia, e progetta un destino coniugale subito lontano. Gli altri della casa spiano da fuori il luogo velato. La fanciulla parla di morte alla sua istitutrice. Poi la scompostezza si rende pubblica, e il fidanzato si uccide, e, messa alle strette, Mirra rivela al padre la dannazione sua di desiderarlo, e anche lei s’elimina. Col marchio Metastasio e Stabile di Torino. Con parole di Alfieri. In un habitat di solo mezzo secolo fa. Tutti con/dannati. Nella macchina straordinariamente odierna di Ortoleva. Fino all’1 marzo al teatro Gobetti di Torino.

____________________________________________________________

Mirra di Vittorio Alfieri

regia di Giovanni Ortoleva

voto: quattro stelle su cinque

I commenti dei lettori