GENOVA – Dice che i social «hanno fatto anche cose buone», Arianna Porcelli Safonov, e la sua “semicit.” vale una autopresentazione, quasi un manifesto. Autrice, performer satirica, «mai un giorno di studio da attrice e tante cose in una, per fortuna nel mio lavoro c’è spazio per tutto» dice lei, se i suoi spettacoli riempiono sale e macinano ascolti è (anche) perché la rete ha «emancipato, liberato, costretto le direzioni artistiche a variegare le programmazioni con nomi imprevisti e reso il teatro uno spazio ibrido». Una dimensione dove l’artista romana, doppio cognome e tante vite in una, passata da lavori a New York e Madrid alla scelta di abitare in un paese dell’Appennino, di sette abitanti, sui Colli tortonesi, ha trovato il suo posto dove sguazzare con una satira insieme spietata e raffinata, idee nuove, e un racconto inedito del Paese e dei suoi vizi.
Appena finito con una sfilza di sold out il tour teatrale di Odiario, diario comico personale di 43 anni di vita e «tutto quello che può raccontare anche il presente: dall’adolescenza alle illusioni d’amore», spiega, solo in questi mesi Porcelli Safonov ha lanciato un podcast insieme alla sua psicoterapeuta (Famiglia e altre cose velenose) e scritto un libro (Nostalgia dei dinosauri, per Baldini+Castoldi). Ha annunciato uno spettacolo in forma di trekking letterario con il pubblico «per favorire la selezione naturale della specie, oltre che allenare i glutei» (Transumansia, al via il 26 aprile nella faggeta di Oriolo Romano) e spaziato tra arte e personale, tema di genere e ambientalismo, la politica e «la generazione dei quarantenni di oggi, già seduti: se possiamo fare qualcosa, è solo riprodurci in corner». Il tutto con «la leggerezza che serve quando si parla di cose importanti».
«L’umorismo, la satira hanno la capacità di prendere un argomento e toglierne il peso specifico, rendere l’indigesto digeribile, il complesso comprensibile anche a chi non ne vuole sapere dell’attualità – è la riflessione d’autrice – e temo siano l’accessorio più utile di questi tempi». Ecco perché, «abituati da troppo a considerare il comico come consumo per staccare il cervello, quasi un ossimoro», denuncia Porcelli Safonov, viene la tentazione di prendere certi suoi monologhi come prove di resistenza culturale. «Siamo nel tunnel da decenni, l’età berlusconiana e un certo modello di tv hanno depauperato il concetto di comicità trasformandolo nel momento in cui si smette di pensare: è come se ci avessero fatto vivere in un supermercato di cibo spazzatura, ovvio si fatichi tanto per riallenare il palato ad altro, a ridere, innescando lo stimolo al pensiero critico».
Una missione utile, insomma, è «rieducare la società alla comicità». E la versione di Porcelli Safonov, a riguardo, è semplice. Evitare certe mode («Troppo facile far ridere dicendo cose terribili o sconvenienti come nella stand up»), tenersi a debita distanza dalla politica («E lo dice una che in era Covid è stata suo malgrado starlette di FdI, per un video sul Green Pass: milioni di condivisioni che mi sarei sinceramente evitata»), nessuna paura della fatica ad arrivare. «Io amo la fatica, è l’unica speranza che abbiamo per tornare ad avere voglia di cose più piccanti, tipo fare la rivoluzione».