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Stefano Ranzani: “Per Venezi la bacchetta era corta, serve altra esperienza per quell’orchestra”

Il maestro Stefano Ranzani 

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Parla il direttore salito sui podi dei teatri di tutto il mondo: “Si è chiusa come previsto una situazione scabrosa”
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Tre mesi fa è salito sul podio della Fenice con la spilletta gialla, simbolo della protesta dei musicisti della Fenice contro la nomina di Beatrice Venezi. Uno dei pochi direttori a indossarla. Se l’è appuntata sul frac a ogni recita della “Traviata” di Verdi. Stefano Ranzani, milanese, è uno dei direttori più affermati nel panorama internazionale, specie nel repertorio operistico.

Maestro, il licenziamento di Beatrice Venezi era un finale già scritto?

“Di certo pone fine a una situazione scabrosa”.

L’orchestra della Fenice ha vinto.

“In un teatro d’opera, orchestra e coro non devono mai perdere. Perché quando vincono loro, vince il teatro. Che si merita d’avere sempre il meglio …

Tre mesi fa è salito sul podio della Fenice con la spilletta gialla, simbolo della protesta dei musicisti della Fenice contro la nomina di Beatrice Venezi. Uno dei pochi direttori a indossarla. Se l’è appuntata sul frac a ogni recita della “Traviata” di Verdi. Stefano Ranzani, milanese, è uno dei direttori più affermati nel panorama internazionale, specie nel repertorio operistico.

Maestro, il licenziamento di Beatrice Venezi era un finale già scritto?

“Di certo pone fine a una situazione scabrosa”.

L’orchestra della Fenice ha vinto.

“In un teatro d’opera, orchestra e coro non devono mai perdere. Perché quando vincono loro, vince il teatro. Che si merita d’avere sempre il meglio possibile, non nomine imposte da una politica ondeggiante, e che certo, se può intervenire nelle questioni amministrative, non deve mettere il becco in quelle artistiche”.

Venezi non era il meglio possibile per la Fenice?

“Non si discute della persona, ma del suo curriculum, dell’esperienza. Di come quella nomina ha scombussolato l’equilibrio della Fenice che, come ogni teatro, è un meraviglioso microcosmo di cui sembra importare poco alla stragrande maggioranza della gente, specie in un’epoca di sconvolgimenti globali quali la nostra. Eppure se in questo microcosmo sorge un problema, è come trovarsi delle mine in casa. E questo è successo lì a causa della nomina di Venezi”.

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Lei conosce bene la Fenice?

“Ci dirigo da anni. È un teatro a dimensione d’uomo, in cui gli artisti si sentono accolti con calore fin da quando si entra dall’ingresso artisti, e le signore della portineria ti sorridono. C’è una coesione fortissima fra i dipendenti, anche nelle discussioni, perché tutti tengono a questa loro casa comune”.

Cosa stonava nella nomina di Venezi?

“Il direttore musicale di un teatro lirico deve aver dimostrato capacità pregresse sul campo. E fino a questo momento la carriera di Venezi non è così rilevante da giustificare la nomina. Inoltre il direttore musicale non ha soltanto il compito di dirigere un certo numero di opere e concerti, porta su di sé la responsabilità di forgiare il suono di orchestra e coro. Faccio un esempio: quando Riccardo Muti arrivò alla Scala, ne rivoluzionò la fisionomia timbrica, tant’è che in quel teatro esiste un prima e un dopo Muti”.

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Insomma è necessario stabilire un clima di fiducia con l’orchestra.

“Di più. Il direttore musicale del teatro ha una funzione differente dai tanti direttori che passano in stagione. Ciascuno di noi direttori ospiti, infatti, punta a portare a casa lo spettacolo: una volta che tutto è filato liscio tira un sospiro di sollievo e si sente a posto con la coscienza. Ma il direttore musicale non deve limitarsi a questo. Far figurare bene se stesso non basta. È del bene dell’istituzione e dei suoi musicisti che deve occuparsi”.

Le dichiarazioni di Venezi verso l’orchestra sono state sempre più incendiarie.

“Con le sue parole ha insultato la fondazione Fenice nel suo complesso, quindi anche il sovrintendente Colabianchi che l’ha nominata e il sindaco Brugnaro”.

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Fosse capitato a lei di trovarsi l’orchestra contro?

“Dopo un minuto dalla nomina mi sarei ritirato. Non capisco, invece, perché lei abbia voluto cercare l’attrito a tutti i costi, perché abbia voluto combattere contro un teatro intero e, di fatto, contro la musica che, insieme a quei musicisti, avrebbe dovuto fare”.

Magari pensava che quel posto le fosse dovuto.

“Ma la bacchetta è corta, e strumentisti e coristi capiscono subito, dopo pochi secondi dall’inizio di una prova, se chi hanno davanti vale o meno. Non guardano alla capigliatura, all’estetica, al genere, all’orientamento politico. Vanno al sodo della musica”.

Dunque tutto finito?

“Non ci giurerei. Perché Venezi dovrebbe voler mollare?”.

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