Spettacoli

Barbara Hannigan, la voce che supera l’insuperabile: “Canto e dirigo, mi piace mettermi alla prova”

Barbara Hannigan con il pianista francese Bertand Chamayou
Barbara Hannigan con il pianista francese Bertand Chamayou 

Soprano che si è scoperta direttrice d’orchestra, apre la 30esima edizione di “New conversations – Vicenza Jazz”. E propone “Jumalatteret”, ciclo di canzoni al limite dell’eseguibile

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FIRENZE – La canadese Barbara Hannigan è una forza della natura, un camaleonte del palcoscenico che sguazza soprattutto nella musica del Novecento e del presente. Soprano che si è scoperta direttrice d’orchestra, spesso fa le due cose insieme e, contemporaneamente, recita pure. I suoi concerti sono tour de force, perfino quando si trova soltanto in compagnia di un pianoforte. Il 16 maggio, al Teatro Olimpico, apre la trentesima edizione di New Conversations - Vicenza Jazz, dieci giorni di concerti in tanti luoghi della città con una programmazione che rende omaggio a Miles Davis nel centenario della nascita. Con il pianista Bertrand Chamayou, Hannigan propone Jumalattaret, ciclo di canzoni al limite dell’eseguibile, che per lei ha composto John Zorn nel 2018 ispirandosi al Kalevala finlandese. “John, che conosco da un decennio, è un compositore molto disponibile. Ha confezionato per me sei, sette pezzi, tutti in grado di far emergere la mia personalità di musicista”.

Signora Hannigan, come riesce la sua voce a superare l’insuperabile?

“La prima volta che ho guardato Jumalattaret ho pensato che fosse impossibile: linee melodiche lunghissime senza spazio per respirare, salti che sembravano non aver alcun senso logico per la voce umana. È un pezzo che mi ha condotto al limite delle mie capacità. C’erano giorni in cui tornavo a casa piangendo perché non riuscivo a capire come avrei fatto a cantare una certa frase. Ma John non scrive per metterti in difficoltà. Scrive perché crede che tu possa farcela. Ti spinge in un luogo dove non sapevi di poter andare, e una volta che sei lì ti senti al sicuro”.

Tra qualche giorno esce il suo nuovo cd da direttrice-soprano, “An American Dream?”, con pagine da Gershwin a oggi. Il titolo con il punto interrogativo sta a significare che gli Stati Uniti d’oggi non rappresentano più un sogno o una speranza?

“In effetti c’è un elemento distopico nel titolo e nell’immagine di copertina di un cavallo da giostra abbandonato, rotto. Perché gli Stati Uniti odierni sono un sogno impossibile per gli ostacoli che in tanti si trovano ad affrontare a causa dei persistenti pregiudizi legati a razza, genere, condizione sociale ed economica. Le divisioni a cui stiamo assistendo nella società americana, che hanno ripercussioni internazionali, e il fatto che un leader eletto e il governo che lo sostiene si comportino in un modo difficile da non interpretare come narcisistico e prepotente, sono stati un'ispirazione ancora più forte per realizzare questo album. Vi voglio esprimere l’ammirazione per l'incredibile creatività e tenacia di coloro che, nel tempo, sono immigrati in America e dei loro discendenti, oltre che la mia tristezza nell'osservare ciò che sembra essere andato perduto”.

Com’è che a un certo momento ha deciso di dirigere?

“Diversi colleghi – direttori compresi – mi dicevano che cantavo come un direttore. Nel senso che, in un certo senso, con la voce guidavo l'orchestra e persino il direttore accanto a me. Quindi, per semplificare le cose, quindici anni fa, ho deciso di usare anch’io le mani. Ma cantare e dirigere insieme funziona solo per certi brani, quelli in cui devo essere immersa nella musica e nel personaggio così che tutto fluisca in modo intenso”.

Talvolta non corre il rischio di rimanere, letteralmente, senza fiato? Tanto più che la sua gestualità da direttrice è molto teatrale...

“Da cantante ho lavorato per molti anni sulla respirazione ed è questa che guida sempre la frase musicale. Riguardo ai miei gesti: punto a far sì che l’orchestra riceva tutte le informazioni di cui necessita e in un modo che sia autentico sia per chi dirige sia per le esigenze della musica. È comunque durante le prove che si stabilisce l'interpretazione, che si favoriscono l'ascolto e la fiducia fra tutti i partecipanti”.

Limiti se ne pone?

“Mi piace mettermi alla prova, ma sempre con disciplina e tecnica a supporto di obiettivi prefissati. Altrimenti il risultato è disordinato. Perché è soltanto la combinazione di tecnica e libertà che permette di raggiungere la trascendenza nell'esecuzione”.

Se l'avvenenza è un valore aggiunto per un soprano, per una direttrice d’orchestra può rappresentare un problema?

“Passiamo alla prossima domanda, per piacere”.

Oggi abita nel Finistère, in Francia, dove mare e terra si incontrano e si fondono, dove i territori familiari terminano e ci si proietta a guardare verso l'ignoto. Pare davvero il luogo adatto per una sperimentatrice come lei.

“Sono cresciuta fuori città, a Waverley, in Nuova Scozia. La nostra casa era sul lago e la mia infanzia è trascorsa fra natura e musica. Ho iniziato a vivere nel Finistère nel 2019 e ci passo quanto più tempo possibile. Il paesaggio è vasto, un po' selvaggio, con il mare, i fiumi, tanti campi verdi e sentieri proprio fuori dalla porta di casa. Adoro questa parte d’Europa e sento il bisogno di vivere all'estremità occidentale del continente, così come sono cresciuta felicemente all'estremità orientale del Canada”.

Vero che nel suo progetto Equilibrium per giovani artisti coinvolge anche atleti nell’insegnamento?

“Adoro lavorare con persone che eccellono nel loro campo, in qualsiasi disciplina. Equilibrium si avvale quindi di coach e leader che condividono la loro esperienza per raggiungere prestazioni ottimali, di alto livello, sul piano atletico. Si impara a concentrare l'attenzione dove vogliamo, nel momento in cui ne abbiamo bisogno. E non è facile sotto pressione”.

Una sua collega direttrice negli ultimi mesi ha fatto molto discutere l’Italia. È Beatrice Venezi. La conosce?

“L’ho semplicemente sentita nominare”.

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