Fremono le signore nel foyer del San Carlo, a Napoli, prima che si apra il sipario sul Werther di Jules Massenet. Tutto un dirsi ‘anche tu qui per Jonas?’. E la risposta, sempre sì. Jonas è Kaufmann, tenore più che mai sex symbol a cinquantasei anni. Salutato, alla fine, da applausi senza tregua, anche se la parte del giovanotto goethiano non è, oggi, la più adatta a lui. Tuttavia, siccome in un suo mignolo c’è più musica che in dieci tenori interi, le intenzioni con cui la canta appaiono giuste. Si impegna ad assottigliare la voce per renderla soffice e sfumata, ricerca l’omogeneità tra registri e spesso ci riesce, mascherando con arte le smagliature. Ma è poco lavorata la recitazione, cosicché rischia di presentarsi come un elefante nella cristalleria di uno spettacolo che indaga le psicologie con luci emozionanti e gesti misurati.
D’altronde l’allestimento di Willy Decker gira da tre decenni senza che l’età gli pesi. Una parete mobile taglia l’interno borghese, pareti blu, dall’esterno dove una pedana gialla come un campo di grano si sporge verso il cielo. Caterina Piva è una Charlotte ideale: bel calore, screziature emotive, intensa nel terzo atto, incapace di comunicare con il bravo Lodovico Filippo Ravizza, passivo aggressivo, che gli è stato destinato per marito. Efficace le direzione di Lorenzo Passerini, cui si possono solo domandare movimenti meno serpentini.
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Werther
Diretto da Lorenzo Passerini
Voto: tre stelle su cinque