Anticipiamo il testo che Alessandro Bergonzoni interpreterà il 22 giugno in uno speciale appuntamento de La Milanesiana, rassegna di Elisabetta Sgarbi, all’Irccs Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano)
Completamente guarito, frase delle meraviglie.
Guarito, quindi non c’è più niente da fare.
Completamente curato, è diversa? C’è tantissimo da fare?
Dove si decide la geografia della cura prima che del male, dove inizia il r’acconto (una parte del dire) delle geometrie corporali, delle funzioni e disfunzioni, che la scienza riconduce o riduce solo al dimostrabile, in natura. La natura: è fatta di “anche”, come ossa ai lati della “vita”, in cintura (che stringe a seconda dei buchi di memoria), oltre e altro che si svegliano appena la malattia chiama, si presenta, ci sceglie, predilige. Si dice: "affetto da” perché la malattia s'affeziona, ci vuole (bene?). Quell’affetto va tradotto non solo subito o sopportato, ma appunto curato, per oltrepassare, per udire il suo r’acconto, parte …
Anticipiamo il testo che Alessandro Bergonzoni interpreterà il 22 giugno in uno speciale appuntamento de La Milanesiana, rassegna di Elisabetta Sgarbi, all’Irccs Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano)
Completamente guarito, frase delle meraviglie.
Guarito, quindi non c’è più niente da fare.
Completamente curato, è diversa? C’è tantissimo da fare?
Dove si decide la geografia della cura prima che del male, dove inizia il r’acconto (una parte del dire) delle geometrie corporali, delle funzioni e disfunzioni, che la scienza riconduce o riduce solo al dimostrabile, in natura. La natura: è fatta di “anche”, come ossa ai lati della “vita”, in cintura (che stringe a seconda dei buchi di memoria), oltre e altro che si svegliano appena la malattia chiama, si presenta, ci sceglie, predilige. Si dice: "affetto da” perché la malattia s'affeziona, ci vuole (bene?). Quell’affetto va tradotto non solo subito o sopportato, ma appunto curato, per oltrepassare, per udire il suo r’acconto, parte della storia dell’uomo che di solito si ferma alla diagnosi alla prognosi e al medicare. Riabilitarsi, tornare come prima, o cambiare, meta, la metamorfosi e tornare come dopo? Inabilità labilità o altra abilità? Che fa dare la pelle? Di chi è, quella pelle? Del paziente o anche la nostra futura, di pazienti in nuce, sani cronici e sani gravi? S’apra l’era dell’immedesimazione, (attraverso lo shock pretraumatico), non più evo del Curassico…
Mors tua mors mea vita tua vita mea. Il r’acconto comincia dai preconcetti che vedono il malato malato il sano sano il medico medico il parente parente, come se i ruoli fossero unico metro per misurar norme ed enorme, normalità e diversità, come se la condizione di medico non comprendesse né quella di parente né di paziente, e viceversa. Serve non confondere conoscenza con comunicazione, informazione con immedesimazione, statistica con stato delle cose, medicine con medicina, scienza con senza, politica e gestione con cultura, universo con università. I ponti inizian la cura, visioni ed energie la proseguono. Le relazioni che tanto ci interessano e tanto dicono sulla sanità, quelle tra amministrazioni e amministrati, volontari e professionisti, famiglie e luminari, addetti ai lavori e suddetti dolori, penso nascano dopo la scrittura della trama di se stessi (se stessi per cambiare, se stessi per rinascere…).
Parlo anche di un approccio artistico (oltre che di veri arti, parlanti), d’anime, una dimensione altra dell’idea di dolore, dignità, diritto, sopportazione, risoluzione, accadimento o accanimento, non dimenticando l’efficacia della cura medica, ma auscultando sinfonicamente che frequenza emanano le cellule, che suono che onda profondono: un “Quantico delle creature”, un percepire il suono che i nostri organi tutti ci inviano, di continuo, per non percepire solo dolori onorari o sintomi nell’inconsapevolezza, nel dogmatismo patologico. Rivelazione poi, rivoluzione, trascendendo poi agendo. Ecco il coagulo, la comprensione, di chi è capace, che non vuol dire saper fare, ma contenere di più, una capacità che parla di volumi, non solo testi di studio, ma mole di potenza alta, immenso che ci spetta e ci aspetta, sovrumano; troppa umanità in noi e nella medicina, e poca sovrumanità per conoscere non solo sapere, scoprire non solo risolvere, essere non solo vivere.
Differenza tra impossibile e incredibile, difficile e complesso, fobie e energie inaudite. Un “dentro” chimicamente inesplorato, altra materia prima, che diventa anima poi. I nuovi ritrovati, noi, il rimedio, la pena della certezza; speranza ultima a morire: ma chi è il primo a rinascere?Si tratta di infinire, di strato delle cose, di chiedere molto, di allargare le braccia per abbracciare, annettere, non per dire non c’è più nulla da fare: è proprio quando pare non ci sia nulla da fare che la ricerca sovrumana comincia. Alla faccia di chi vedendoti diverso emette sentenze definitive a suon di “poveretto”. Ci vuol altro prima di giudicare, chiedo molto, il poco ammala, una sola verità infetta, le probabilità debilitano, manca quel “tanto”, celato nei cumuli di vita che abbiam sotterrato convinti d’esser piccoli e finiti, accontentati scontenti impauriti, al massimo ottimisti-pessimisti, ancora incapaci d’autocurarci, autoguarirci, autostudiarci, con storie che raccontano altri come e altri perché, sepolti dal curassico. Dare l’esempio? Esserlo. Non è magia, è magico, è luce, non mania di grandezza, grandezza: allungare la pista di atterraggio per far scendere concetti che non stanno né in cielo né in terra, ma in noi (impariamo dal giaguaro, giaguarito in sé!).