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“Fame”, e il miracolo del teatro nato dal carcere

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Per la regia di Armando Puzio lo spettacolo della Compagnia della Fortezza tratto dal libro di Knut Hamsun
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Chiunque ha letto Fame di Knut Hamsun se ne è innamorato: vertiginoso nella sua radicalità, coinvolgente nelle condizioni reali e emotive estreme in cui vive il protagonista, un uomo, uno scrittore, senza un lavoro riconosciuto, che si aggira per una città senza riparo, e una sola, ossessiva costante : “la fame”, fame nello stomaco, nella testa, fame nel cuore e nel gusto per la vita.

Nella bella riduzione letteraria e teatrale che, con lo stesso titolo, ne ha fatto Armando Punzo, fondatore e regista della Compagnia della Fortezza nata nel carcere di Volterra, il capolavoro di Hamsun diventa una confessione intima, ma anche fragorosa e potente di un uomo che si è perso ma la cui smisurata umanità è lì davanti a noi. Lo è nella espressività viva dell’attore Paul Cocian, interprete della Fortezza negli ultimi sei anni, tra i più ricchi di talento, ora uscito dal carcere dove rientra solo per lavorare con la Compagnia e continuare a misurarsi con il teatro che oggi è diventato per lui qu…

Chiunque ha letto Fame di Knut Hamsun se ne è innamorato: vertiginoso nella sua radicalità, coinvolgente nelle condizioni reali e emotive estreme in cui vive il protagonista, un uomo, uno scrittore, senza un lavoro riconosciuto, che si aggira per una città senza riparo, e una sola, ossessiva costante : “la fame”, fame nello stomaco, nella testa, fame nel cuore e nel gusto per la vita.

Nella bella riduzione letteraria e teatrale che, con lo stesso titolo, ne ha fatto Armando Punzo, fondatore e regista della Compagnia della Fortezza nata nel carcere di Volterra, il capolavoro di Hamsun diventa una confessione intima, ma anche fragorosa e potente di un uomo che si è perso ma la cui smisurata umanità è lì davanti a noi. Lo è nella espressività viva dell’attore Paul Cocian, interprete della Fortezza negli ultimi sei anni, tra i più ricchi di talento, ora uscito dal carcere dove rientra solo per lavorare con la Compagnia e continuare a misurarsi con il teatro che oggi è diventato per lui qualcosa di più di una passione.

In uno spazio stretto e lungo, vicinissimo agli spettatori seduti intorno, Cocian appare come un domatore di belve nei circhi, in frac agita una frusta sul piedistallo dove salgono le fiere, prima di diventare un trasandato signore, rude, che chiede continuamente aiuto, senza zucchero, senza sentimentalismo, anzi con rabbia, malagrazia, sempre più energico, sfrontato, incazzato. Una partitura di attore, questa di Cocian, notevole, punteggiata di piccoli particolari fisici, ma anche di energia fisica e vocale, e il risultato espone non solo un racconto ma una sua visione.

Quella del protagonista non è, infatti, una resa, inazione, e la fame non ha ha niente di naturalistico, ma è un esercizio di odio, uno sberleffo verso un modello di normalità della vita e di chi non è affamato di vita, secondo una logica molto coraggiosa. Lo spettacolo replicherà il 30 ottobre nel carcere di Genova aperto al pubblico e il 20 novembre nella Procura di Pisa.

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