Noi spettatori possiamo sederci o stare in piedi, avvicinarci o allontanarci dallo spazio scenico, entrare e/o uscire nel corso delle tre ore di spettacolo. Il nostro consiglio è di restare, perché luogo e durata, come la musica, la vicinanza coi performer, tutto compone uno spettacolo originale, non convenzionale, di ipnotica, sensuale, ironica, intimista, tenera danza. Si intitola This resting, patience e ha conquistato i maggiori festival europei, da noi quelli di Santarcangelo, Fog a Milano e ora Short Theatre, la manifestazione dal 3 al 12 settembre a Roma, dove è in calendario gli ultimi due giorni. Ne è interprete la coreografa Ewa Dziarnowska, polacca, protagonista della scena performativa berlinese. In scena con Leah Marojević compone azioni, improvvisazioni, variazioni minime, un flusso di gesti e figure, che si ripetono e rispecchiamo l’una nell’altra, corpi che si desiderano, si sfiorano, si ignorano, si incontrano, mentre in loop, tra alcuni momenti di silenzio, si ripeto…
Noi spettatori possiamo sederci o stare in piedi, avvicinarci o allontanarci dallo spazio scenico, entrare e/o uscire nel corso delle tre ore di spettacolo. Il nostro consiglio è di restare, perché luogo e durata, come la musica, la vicinanza coi performer, tutto compone uno spettacolo originale, non convenzionale, di ipnotica, sensuale, ironica, intimista, tenera danza. Si intitola This resting, patience e ha conquistato i maggiori festival europei, da noi quelli di Santarcangelo, Fog a Milano e ora Short Theatre, la manifestazione dal 3 al 12 settembre a Roma, dove è in calendario gli ultimi due giorni. Ne è interprete la coreografa Ewa Dziarnowska, polacca, protagonista della scena performativa berlinese. In scena con Leah Marojević compone azioni, improvvisazioni, variazioni minime, un flusso di gesti e figure, che si ripetono e rispecchiamo l’una nell’altra, corpi che si desiderano, si sfiorano, si ignorano, si incontrano, mentre in loop, tra alcuni momenti di silenzio, si ripetono brani pop, cose come Burt Bacharach, Dionne Warwick, Janet Jackson. La sua unicità è che è lo spettacolo più lontano da ogni tentazione espressiva, il più astratto e meno teatrale. Eppure si può prenderlo come una riflessione sui corpi nello spazio, sulle dinamiche delle sensazioni corporee, ma più semplicemente funziona per quel senso ammaliante di “riposo, pazienza” che racconta fin dal titolo.