Un bambino di strada indurito dalla povertà, poi un adolescente che bussa al portone del KGB dove, da oscuro funzionario, arriva al potere assoluto. La storia politica di Vladimir Putin la racconta un testo implacabile e, per tanti versi, crudele, di Stefano Massini, lo scrittore italiano di teatro più celebre nel panorama internazionale, autore amatissimo per le sue narrazioni in tv. Uscito da Einaudi, tradotto in 18 lingue, poi presentato in uno special tv di successo (Io, Vladimir), Lo zar è ora al debutto teatrale il 3 novembre al Piccolo Strehler di Milano, con lo stesso Massini che, nei panni di Putin, e le musiche di Luca Roccia Baldini, eseguite dal vivo con Mariel Tahiraj, immagina di spiarsi e redigere un fascicolo su di sé, ricostruendo una storia politica e una terrorizzante e impietosa interrogazione sul Potere, “come ha sempre fatto il teatro, dai tragici greci a Shakespeare a Brecht”, dice l’autore. Dopo Milano, lo spettacolo — in tournée fino a maggio, toccherà da Aost…
Un bambino di strada indurito dalla povertà, poi un adolescente che bussa al portone del KGB dove, da oscuro funzionario, arriva al potere assoluto. La storia politica di Vladimir Putin la racconta un testo implacabile e, per tanti versi, crudele, di Stefano Massini, lo scrittore italiano di teatro più celebre nel panorama internazionale, autore amatissimo per le sue narrazioni in tv. Uscito da Einaudi, tradotto in 18 lingue, poi presentato in uno special tv di successo (Io, Vladimir), Lo zar è ora al debutto teatrale il 3 novembre al Piccolo Strehler di Milano, con lo stesso Massini che, nei panni di Putin, e le musiche di Luca Roccia Baldini, eseguite dal vivo con Mariel Tahiraj, immagina di spiarsi e redigere un fascicolo su di sé, ricostruendo una storia politica e una terrorizzante e impietosa interrogazione sul Potere, “come ha sempre fatto il teatro, dai tragici greci a Shakespeare a Brecht”, dice l’autore. Dopo Milano, lo spettacolo — in tournée fino a maggio, toccherà da Aosta a Taranto, con tappe a Napoli, Roma e a Firenze, al Teatro di Toscana di cui Massini è direttore artistico.
Da cosa parte la sua ricostruzione?
«Lavoro sulla Russia di Putin da più di venti anni. Nel 2009, tre anni dopo il suo assassinio avvenuto nell’ottobre del 2006, fui il primo a scrivere della giornalista Anna Politkovskaja e, tra quel testo, Donna non rieducabile, e questo di oggi, c’è un legame fortissimo».
Si riascolterà un breve estratto audio di quel lavoro.
«Si sentirà la voce di Ottavia Piccolo che ne è stata da sempre l’interprete in Italia. A un certo punto, scorreranno anche le foto dei tanti giornalisti eliminati dal regime. Un momento durissimo, ed è di ieri la notizia della chiusura di Novaja Gazeta, dove scrisse anche Politkovskaja. Non mi sono inventato niente. Parte del materiale viene da ciò che Putin stesso ha raccontato, a tratti è agghiacciante. Nel 2000 quando si candida per la prima volta alla presidenza, convoca alcuni giornalisti scelti da lui, certo non dissidenti, e racconta la sua vita. Uo dei presenti, timoroso di doverne scrivere, chiede: “La gente penserà che lei era un teppista”».
E Putin?
«Rispose che sì, dovevano pensare che fosse stato il peggiore dei teppisti. Confessò che a scuola era stato l’unico a non prendere il fazzoletto rosso, il rito d’ingresso nella società sovietica. A 11 anni va da un reduce che insegna sambo, il violento karate russo, e confessa: “Voglio imparare a spezzare le ossa”. A 16 entra nel palazzo del KGB di Leningrado e dice di voler lavorare lì. Si fa dare indicazioni su come arrivarci e nel 1991 è lì. È l’anno dello sfaldamento dell’Urss e lui dice: “Vedevo festeggiare la gente e pensavo: è solo questione di tempo, tanto poi vinco io”».
Sembra Riccardo III, l’incarnazione del Male.
«È vero. C’è in lui la raggelante consapevolezza che la massa abbia bisogno di un potere forte e materno. Nei suoi discorsi la madre ricorre di continuo. Una volta racconta in tv che da bambino, in quella Leningrado violenta, sua mamma chiudeva la porta della stanza e cantava una ninna nanna. Lui dice: il potere è questo. È sapere che qualcuno chiude la porta, tiene fuori il mondo e ti fa capire che il controllo ce l’ha lui».
In questi ultimi anni lei ha costruito una trilogia su Hitler, poi Trump, ora Putin. Che cosa ha capito del Potere?
«C’è un mantra nello spettacolo: da bambino Putin faceva parte di una banda di micro-criminali. Stavano in cerchio, si passavano una bottiglia e a turno uno provava a piegare una sbarra di ferro. Se ci riusciva, diventava il capo. Putin dice: il potere è questo. Dietro la spacconata c’è il disprezzo per ogni regola e liturgia democratica. Perché dovrei passare dalle elezioni, se ho piegato la sbarra? Se ho messo in scacco il mondo prendendomi l’Ucraina, ho bisogno del voto?».
Ha mai pensato di scrivere anche sui leader italiani?
«Raccontare il potere con il nome e la faccia di qualcuno troppo vicino rischia di diventare docufiction. Quando scrissi Lehman mi chiedevano: perché non parli delle banche italiane? Ma è stato molto più forte raccontare una storia lontana, che ci fa capire il presente».
È il potere che rovina i leader o sono i leader che rovinano il potere?
«Oggi siamo tutti sintonizzati su un potere plebiscitario: i social. Il like cos’è se non un plebiscito. È già un modo iper-autoritario di gestire le cose».
Da uomo di cultura vede una soluzione?
«Il teatro. È più forte della tv e dei libri perché il suo spazio è lungo e umano, vi parlano corpi ai corpi. Dario Fo mi mandò un biglietto dopo aver visto lo spettacolo su Politkovskaja, avevo 31 anni: “Il teatro vince sempre”«.
Non ha paura di ritorsioni da parte russa per questa biografia putiniana?
«Ogni volta che ho parlato di certi temi anche in tv, ho visto impennarsi gli hater. D’altra parte un racconto del potere tranquillo non esiste: se lo è, è solo consolatorio».
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