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Conti: "Ecco cosa resta del nazionalpopolare"

La televisione generalista in crisi fatica a trovare nuovi modelli per conquistare spettatori. Parla il conduttore del prossimo Festival di Sanremo

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FIERO di essere nazionalpopolare, "perché chi fa televisione deve parlare a tutti. È un complimento. Quando gli inglesi dicono: "è pop", è il massimo: vuol dire riuscire a divulgare qualsiasi cosa con allegria". Da impiegato di banca a dj, dalla tv dei ragazzi ai quiz, dai varietà di RaiUno al prossimo Festival di Sanremo, Carlo Conti a 53 anni è uno degli ultimi re della tv generalista. È ironico, mai caustico, mai una battuta fuori posto, non per opportunismo perché lui è così, sfiora un'educazione da libro Cuore: "La prima cosa è il rispetto".

Che vuol dire oggi fare tv nazionalpopolare?
"Unire. In tutti i sensi: mettere insieme generazioni e livelli culturali. Il discorso riguarda anche il linguaggio, dev'essere comprensibile a tutti. Che non vuol dire banale".

Ma a qualcosa si rinuncia per accontentare tutti.
"La sfida è trovare l'alchimia. Con I migliori anni sentivo che nell'aria c'era voglia di memoria, di un confronto tra come siamo e come eravamo. Il figlio balla con i Daft Punk e sente la chitarrina di Neil Rodgers degli Chic che faceva ballare il padre. Negli anni 60 la tv era una, Canzonissima incollava l'Italia davanti alla tv. Oggi ci riescono solo Fiorello, Morandi, Celentano, la Pausini".

È completamente cambiato il modo di guardare la tv.
"Questa fase mi ricorda quella dell'avvento delle tv locali, quando si pensava che le reti Rai perdessero forza, perché l'ascolto veniva ripartito. Ora in casa di canali ne abbiamo mille: fare la tv generalista è più difficile, il palinsesto te lo fai da solo, ecco la difficoltà di fare grandi numeri".

A differenza del suo amico Renzi, lei recupera e non rottama.
"Recupero il passato, ma non per dire che si stava meglio prima. È meglio avere un telefonino che un gettone telefonico. Puoi giocare col passato, conta sempre lo stile".

Il suo com'è?
"Il conduttore fa sempre un passo indietro non può essere troppo protagonista, lancia la battuta ma non la fa. Deve valorizzare quello che gli sta intorno e fare un po' di regia in studio: è la differenza tra condurre e presentare".

Neanche un po' di ego?
"Non faccio questo mestiere per arrivare ma perché mi piace, ho coronato il mio sogno di bambino. L'affetto del pubblico conta, ma sono una persona normale. Conservo una fotografia, in Rai si festeggiava Rischiatutto. Sono con Mike, Baudo e Arbore, mancava solo il grande Corrado. I miei modelli".

Oggi come si costruisce uno show per un pubblico largo?
"Sarebbe bello se ci fosse una ricetta: 5 grammi di questo, 10 di quello, purtroppo non è così, devi indovinare il sapore giusto - quello di cui ha voglia il pubblico - nel momento giusto. Ci metto la serietà, la cura artigianale, il cuore: I migliori anni era un format nostro, ma Tale e quale ce lo siamo reinventato. Il pubblico vuole vedere la cura".

Faceva l'impiegato di banca, ha scelto la tv: un bel salto nel vuoto.
"Ricordo la faccia di mia madre. Mi disse: "Se non credi tu in te stesso chi ci deve credere?", ma ho sempre avuto il dubbio che avrebbe preferito un figlio bancario. La gavetta è la mia sicurezza, puoi approdare alla prima serata solo se hai tante ore di tv alle spalle, è il pubblico che ti dà la patente".

Oggi ha la patente per Sanremo.
"Me l'avevano già offerto due volte. Ero sereno quando ho rifiutato, lo sono ora che ho accettato. Se fossi neurochirurgo non dormirei la notte. Alla fine il festival è una gara di sedici cantanti".

Ora dice così, ma poi la pressione, gli ascolti...
"No, no. Quando capisci il sapore che vuoi dargli - il mio Sanremo sarà nazionalpopolare per unire l'Italia davanti alla tv - e quando hai fatto il regolamento, il più è fatto. Tornerà la gara con una sola canzone e l'eliminazione. Per me Sanremo è quello che vedevo da ragazzino. Un classico pop".

Anni di gavetta e ora i maligni dicono che pure in tv è "l'anno dei toscani". (Ride).
"Si riferisce al "ribollita power"? Che Renzi sia diventato presidente del Consiglio perché conosce me, dico sempre per scherzare, mi sembra eccessivo... Siamo ovunque, è un caso".