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Van Zandt: "Faccio il boss in Norvegia"

Little Steven, dopo i Soprano, approda ora a Lilyhammer, una serie tv: "Recitare non è tanto diverso che stare sul palcoscenico con il mio amico Bruce"

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ROMA - STEVE Van Zandt è un uomo indaffarato: musicista con la E Street Band di Springsteen, produttore televisivo e discografico, cantante, regista, scrittore, dj, Little Steven dopo i Soprano approda ora a Lilyhammer, serie tv nata in Norvegia, trasformata in successo da Netflix, e dal 23 dicembre su Sky Atlantic. "Fare due o tre o cinque cose contemporaneamente mi tiene il cervello in allenamento. Se faccio solo una cosa tendo a strafare, se ne faccio molte insieme mi sento a posto".

Nel mondo Lilyhammer ha avuto molto successo. Se lo aspettava?
"Direi di sì. Mi ha convinto ancor prima di vedere la sceneggiatura. Mi sono gettato nel progetto: dall'ideazione alla scrittura, alla realizzazione. Ho fatto il gangster per sette stagioni nei Soprano, non mi aspettavo di farlo di nuovo, ma l'idea era buona, il personaggio divertente. Era una "fucking good idea"...".

Il suo personaggio è Frank Tagliano, che tipo è?
"Alla fine non è poi così cattivo: ha rispetto per le tradizioni, è leale, protegge gli amici, ha un sacco di buone qualità".

Le piace proprio fare l'attore...
"A pensarci bene già il mio ruolo nella E Street Band implica un certo grado di recitazione: siamo sempre stati come il Rat Pack del r'n'r, Bruce ha sempre fatto in modo che ognuno di noi avesse il suo posto e che il pubblico fosse in grado di riconoscere i diversi personaggi. Bruce era Frank, ovviamente, io mi sono sempre sentito nel ruolo di Dean Martin e Clarence era un Sammy Davis di ampie dimensioni, ognuno di noi ha sempre avuto un ruolo da giocare".

Meglio fare l'attore o il rocker?
"Non metto le due cose insieme, per me recitare è una faccenda completamente diversa. Mi piacciono i gangster movies, i personaggi sopra le righe, ma anche l'idea di dovermi adattare a situazioni diverse, di seguire il personaggio e tirare fuori caratteristiche nuove. Ma imbracciare una chitarra è un'altra storia, è la mia vita".

Oggi le grandi storie le racconta la tv e non il cinema. Condivide?
"È molto semplice: Hollywood non accetta film che non abbiano già un mercato, come i fumetti o i videogiochi. Sono pochi i prodotti che possiamo davvero chiamare film, il 90 per cento è roba tipo Transformers , divertenti ma poco profondi, fatti soprattutto per i ragazzini. Allo stesso tempo la tv ha iniziato a ridefinire il mezzo stesso e il genere dei serial. Adesso hai questo tipo di programmi su tanti network diversi, HBO, Cinemax, Showtime, Netflix, con una qualità sempre più alta. Sono storie complesse, profonde, con personaggi articolati. È una rivoluzione artistica che sta elevando l'intero sistema televisivo, mentre il cinema pensa ai ragazzini".

Si può dire lo stesso dell'industria musicale?
"Forse sì, è lo stesso: l'industria discografica pensa solo a produrre pop per ragazzini, i pochi artisti rock che riescono a sopravvivere fanno del loro meglio, ma è davvero difficile".

I prossimi progetti in cui sarà coinvolto?
"Per la prima volta in diciassette anni sono tecnicamente disoccupato: per le prossime settimane avrò un unico lavoro: stare con mia moglie".