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Roberto Faenza e il futuro della Rai: "Troppo servile con il potere"

Una riflessione sul servizio pubblico televisivo italiano: all’alba di una riforma che rischia di incappare nella massima del Gattopardo “tutto cambia perché nulla cambi”. "FiniRai" è un libro da leggere "come un romanzo avventuroso". Scritto da un regista che traccia una strada

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Lo scrittore e regista pubblica il suo saggio sui retroscena della riforma televisiva. Con l'introduzione di  Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella e un prologo di Franco Battiato che propone anche una playlist di accompagnamento alla lettura. Ecco un breve estratto del libro, pubblicato sulla piattaforma di self publishing IlMioLibro


Il sale della critica
Incontro un dirigente Rai che sa di questo libro e mi dice: ci critichi, poi però fai film con noi. Gli rispondo che è vero il contrario: proprio perché vorrei realizzare film sempre più coraggiosi con la Rai la critico.
Poiché le pagine di questo volume potrebbero venire vissute come un duro attacco al servizio pubblico, mi sembra giusto fare una precisazione.
Vedo questo lavoro come il contributo di una provocazione ben documentata, dunque semmai più prossimo a un atto di affetto. Del resto, come potrei odiare un’azienda che quand’ero ragazzino mi consentiva di passare intere serate a innamorarmi delle sue indimenticabili protagoniste, come la mia preferita, Lea Massari di Capitan Fracassa? Insomma, la Rai per chi è nato nel secolo scorso può essere aspramente criticata, ma non odiata. Direi anzi che nel suo insieme si è sempre dimostrata superiore a chi l’ha gestita. E comunque la si metta, in dubio pro reo.

Megafono del potere
L’azienda pubblica ha svolto per decenni un importante ruolo di diffusione del sapere e di intrattenimento, attestandosi sovrana rispetto all’universo della comunicazione. Dove ha fallito è stato nell’ambito politico, schierandosi sempre a fianco del potere e diventandone il megafono in termini più servili di quanto richiesto. Basta domandare in giro cosa la gente pensi della Rai e le risposte saranno quasi tutte di questo tenore.
Nonostante i dirigenti di prima fascia dell’azienda e i responsabili dei telegiornali siano stati nominati per affiliazione politica nel 90% dei casi, la maggioranza dei quadri intermedi, dei giornalisti e dei redattori ha dimostrato una professionalità e un desiderio di indipendenza su cui l’azienda si è retta per decenni. Negli ultimi tempi questo equilibrio si è frantumato. L’innovazione tecnologica e la discesa in campo di nuovi soggetti hanno espresso un desiderio di pluralismo che gli spettatori avvertono come un loro diritto. In tale contesto è esplosa l’insofferenza per un soffocamento politico non più tollerabile.

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