Inseguimenti, depistaggi, sparatorie: la lista nera di Raymond "Red" Reddington (James Spader, vincitore di tre Emmy) sta diventando uno dei simboli più radicali degli Stati Uniti, perlomeno in tv. L'ultima iniezione - prima della stagione tre - è l'appuntamento con il finale della seconda serie, stasera alle 21 su FoxCrime. In The Blacklist, Red continua a lasciare di sasso FBI e servizi segreti; dopo essersi costituito all'agenzia, con un'analista al primo giorno di servizio nel Bureau come interlocutore, la caccia ai criminali diventa sempre più un rompicapo. Ma che cosa lega Red a Elizabeth Keen? Sono forse padre e figlia? Qual è lo scopo finale dell'unità operativa? Chi è l'informatore-spia e chi l'agente federale? In un gioco di memorie manipolate e coltellate al cuore, abbiamo parlato con l'attore "più ricercato" delle serie tv, oltre che interprete cult di Bella in rosa, Sesso, bugie e videotape, Crash, Secretary e Wall Street.
Mr. Spader, c'è un'aderenza tra le scelte che compie, come attore, e la sua personalità?
"Non saprei dire se esiste un riflesso tra me e i ruoli che interpreto. Mi piace dare una mano in fase di scrittura e nella costruzione delle scene, se possibile. Quando lavoro su un set, che sia un film o uno show per la tv, la mia testa funziona solo per quella cosa lì. Un personaggio non riflette necessariamente il mio punto di vista politico, anche se a volte ideologie e ruoli combaciano, in termini di curiosità e interessi. Questo è un lavoro che mi permette di esplorare lati della vita e dell'essere umano che altrimenti non conoscerei. Ma una cosa è certa: io cerco di proteggere il più possibile i personaggi da me stesso, di salvaguardarne l'integrità senza mai giudicare".
Che cosa trova in Red di affascinante?
"Mi piace il senso dell'umorismo. Le sue esperienze di vita sono così estreme e drammatiche che, a un certo punto, ho pensato di aggiungere un po' di irriverenza, appesa là, tra la vita e la morte. Mi sento molto legato alla sua evoluzione. Gli sceneggiatori, John Bokenkamp e John Eisendrath, mi hanno permesso di collaborare a fondo al progresso della storia e ad ogni aspetto del personaggio, sin dal primo episodio".
Come mai, dopo Boston Legal e il teatro con Race di David Mamet, ha scelto proprio The Blacklist?
"All'epoca cercavo in tutti i modi di girare dei film e ho finito per andare in scena a Broadway, all'Ethel Barrymore Theatre. Dopo il teatro mi sarebbe piaciuto di nuovo il cinema, invece è spuntata la televisione. Ho lavorato per un anno come Robert California in The Office, al quale è seguita la partecipazione al film di Steven Spielberg, Lincoln. In quel momento mi sarebbe piaciuto prender parte a una serie tv via cavo di massimo 13 episodi, qualcosa di non intensivo. Quando mi è stato offerto il copione di The Blacklist, ho subito intuito le ipotetiche direzioni del progetto, accettando di percorrere quella strada, anche se si componeva di ben 22 puntate. Tra l'altro lo giriamo a New York City, un posto in cui io amo vivere. Sono fortunato perché, nonostante l'impegno nella serie, ho modo di proseguire con il cinema; sono da poco stato a Londra per le riprese di Avengers: Age of Ultron. Quest'anno però, tra una pausa e l'altra, non intendo lavorare ancora, come ho fatto negli ultimi anni. Ho bisogno di staccare e di rimettermi in sesto per la nuova stagione".
A proposito di The Avengers, che cosa ne pensa del fenomeno Marvel e di quel miliardo e mezzo d'incassi in tutto il mondo?
"E' sbalorditivo. Il mio unico rimpianto è non aver viaggiato verso la Corea per girare le sequenze che mi spettavano, poi la produzione ha cambiato location. Ci andrò un giorno. Ma solo in vacanza".
In rete si parla del "cappello di Red". E' vero che lei ha combattuto coi produttori affinché non glielo strappassero dalla testa?
"Quel cappello credo sia un oggetto molto importante per Red e per il suo stile di vita. Lui è un criminale che gira un po' dappertutto, a spasso per il mondo, e deve sorbirsi ogni tipo di clima: può trovarsi in un luogo ghiacciato al mattino e in uno pieno di sole nel pomeriggio. Potrebbe piovere, nevicare... Chissà. Il cappello è un indumento pratico, fine e utile per un uomo. E' anche un'estensione dell'ambiguità di Red, simboleggia il vedere e il non vedere, lo scoprirsi e il suo opposto. Quasi come l'armatura di Ultron. E' la mescolanza tra il bene e il male a rendere folgorante Reddington, e quasi tutti i personaggi che io scelgo di incarnare. Mi attirano le zone grigie e la complessità nelle azioni. Red ha il potere di tenere il pubblico incollato allo schermo, sempre a interrogarsi se ci si possa fidare di lui o meno".
The Blacklist mescola intelligence, spionaggio, intercettazioni. Mi domando in che modo, in un paese come gli Stati Uniti, dove la NSA aveva l'autorità di raccogliere dati privati grazie al Patriot Act voluto da George W. Bush all'indomani dell'11 settembre, lei si relazioni a questi temi?
"Mi sono cari e mi interessano. Avverto un netto contrasto tra me e le mie opinioni, ma penso di non essere il solo a non capire bene da che parte stare, se per il rastrellamento dei dati telefonici degli americani o no, e così via. Nutro un sentimento di frustrazione nel non sapere quali siano i metodi di vigilanza usati da compagnie come la National Security Agency, sia negli USA che nel resto del mondo. Certo, riconosco che le agenzie di intelligence svolgono un lavoro diverso dal mio e che la mia conoscenza delle questioni mondiali è largamente inferiore a quelle della NSA. Però questa idea di non aver controllo e che qualcuno ci spii non mi rende tranquillo. Ho un caro amico che lavora all'interno della comunità dell'intelligence, lo conosco da quando eravamo piccoli. Tutte le volte che lo incontro gli chiedo che genere di vita svolga ora, come percepisce il mondo, come ci vede, se dobbiamo preoccuparci tutti. E così lascio che sia anche lui a conoscere più a fondo me. Per quanto riguarda The Blacklist, si tratta solo di uno show, non stiamo girando un documentario. Anzi è totalmente un parto della nostra fantasia. Quando tocchiamo un territorio attinente alla realtà, dobbiamo sempre tenere a mente che, non importa quanto credibile o attuale, The Blacklist è pura finzione. Non un universo parallelo dove andare a cercare risposte sul governo".
Ora che parecchie rivelazioni spuntano fuori, che cosa dobbiamo aspettarci da Red?
"Credo che l'elemento chiave sia il non dare mai nulla per scontato. Lo status di ogni personaggio cambia in continuazione nello show, episodio dopo episodio. E dopo il finale della stagione 2, comprenderete quante diramazioni potrebbe prendere la terza serie. Adesso ogni pezzo del puzzle è imploso e occorre rimettere tutto insieme. Ma una volta ricreato quel puzzle, il "quadro" non sarà più lo stesso. Questo vale per la relazione tra Reddington ed Elizabeth Keen, e quella tra lei e l'FBI. Red invece sta diventando più vulnerabile, dal lato emotivo. Per lui ora conta dare a Elizabeth le risposte che cerca: chi è lei? Chi sono loro due, veramente?".
Mr. Spader, c'è un'aderenza tra le scelte che compie, come attore, e la sua personalità?
"Non saprei dire se esiste un riflesso tra me e i ruoli che interpreto. Mi piace dare una mano in fase di scrittura e nella costruzione delle scene, se possibile. Quando lavoro su un set, che sia un film o uno show per la tv, la mia testa funziona solo per quella cosa lì. Un personaggio non riflette necessariamente il mio punto di vista politico, anche se a volte ideologie e ruoli combaciano, in termini di curiosità e interessi. Questo è un lavoro che mi permette di esplorare lati della vita e dell'essere umano che altrimenti non conoscerei. Ma una cosa è certa: io cerco di proteggere il più possibile i personaggi da me stesso, di salvaguardarne l'integrità senza mai giudicare".
Che cosa trova in Red di affascinante?
"Mi piace il senso dell'umorismo. Le sue esperienze di vita sono così estreme e drammatiche che, a un certo punto, ho pensato di aggiungere un po' di irriverenza, appesa là, tra la vita e la morte. Mi sento molto legato alla sua evoluzione. Gli sceneggiatori, John Bokenkamp e John Eisendrath, mi hanno permesso di collaborare a fondo al progresso della storia e ad ogni aspetto del personaggio, sin dal primo episodio".
Come mai, dopo Boston Legal e il teatro con Race di David Mamet, ha scelto proprio The Blacklist?
"All'epoca cercavo in tutti i modi di girare dei film e ho finito per andare in scena a Broadway, all'Ethel Barrymore Theatre. Dopo il teatro mi sarebbe piaciuto di nuovo il cinema, invece è spuntata la televisione. Ho lavorato per un anno come Robert California in The Office, al quale è seguita la partecipazione al film di Steven Spielberg, Lincoln. In quel momento mi sarebbe piaciuto prender parte a una serie tv via cavo di massimo 13 episodi, qualcosa di non intensivo. Quando mi è stato offerto il copione di The Blacklist, ho subito intuito le ipotetiche direzioni del progetto, accettando di percorrere quella strada, anche se si componeva di ben 22 puntate. Tra l'altro lo giriamo a New York City, un posto in cui io amo vivere. Sono fortunato perché, nonostante l'impegno nella serie, ho modo di proseguire con il cinema; sono da poco stato a Londra per le riprese di Avengers: Age of Ultron. Quest'anno però, tra una pausa e l'altra, non intendo lavorare ancora, come ho fatto negli ultimi anni. Ho bisogno di staccare e di rimettermi in sesto per la nuova stagione".
A proposito di The Avengers, che cosa ne pensa del fenomeno Marvel e di quel miliardo e mezzo d'incassi in tutto il mondo?
"E' sbalorditivo. Il mio unico rimpianto è non aver viaggiato verso la Corea per girare le sequenze che mi spettavano, poi la produzione ha cambiato location. Ci andrò un giorno. Ma solo in vacanza".
In rete si parla del "cappello di Red". E' vero che lei ha combattuto coi produttori affinché non glielo strappassero dalla testa?
"Quel cappello credo sia un oggetto molto importante per Red e per il suo stile di vita. Lui è un criminale che gira un po' dappertutto, a spasso per il mondo, e deve sorbirsi ogni tipo di clima: può trovarsi in un luogo ghiacciato al mattino e in uno pieno di sole nel pomeriggio. Potrebbe piovere, nevicare... Chissà. Il cappello è un indumento pratico, fine e utile per un uomo. E' anche un'estensione dell'ambiguità di Red, simboleggia il vedere e il non vedere, lo scoprirsi e il suo opposto. Quasi come l'armatura di Ultron. E' la mescolanza tra il bene e il male a rendere folgorante Reddington, e quasi tutti i personaggi che io scelgo di incarnare. Mi attirano le zone grigie e la complessità nelle azioni. Red ha il potere di tenere il pubblico incollato allo schermo, sempre a interrogarsi se ci si possa fidare di lui o meno".
The Blacklist mescola intelligence, spionaggio, intercettazioni. Mi domando in che modo, in un paese come gli Stati Uniti, dove la NSA aveva l'autorità di raccogliere dati privati grazie al Patriot Act voluto da George W. Bush all'indomani dell'11 settembre, lei si relazioni a questi temi?
"Mi sono cari e mi interessano. Avverto un netto contrasto tra me e le mie opinioni, ma penso di non essere il solo a non capire bene da che parte stare, se per il rastrellamento dei dati telefonici degli americani o no, e così via. Nutro un sentimento di frustrazione nel non sapere quali siano i metodi di vigilanza usati da compagnie come la National Security Agency, sia negli USA che nel resto del mondo. Certo, riconosco che le agenzie di intelligence svolgono un lavoro diverso dal mio e che la mia conoscenza delle questioni mondiali è largamente inferiore a quelle della NSA. Però questa idea di non aver controllo e che qualcuno ci spii non mi rende tranquillo. Ho un caro amico che lavora all'interno della comunità dell'intelligence, lo conosco da quando eravamo piccoli. Tutte le volte che lo incontro gli chiedo che genere di vita svolga ora, come percepisce il mondo, come ci vede, se dobbiamo preoccuparci tutti. E così lascio che sia anche lui a conoscere più a fondo me. Per quanto riguarda The Blacklist, si tratta solo di uno show, non stiamo girando un documentario. Anzi è totalmente un parto della nostra fantasia. Quando tocchiamo un territorio attinente alla realtà, dobbiamo sempre tenere a mente che, non importa quanto credibile o attuale, The Blacklist è pura finzione. Non un universo parallelo dove andare a cercare risposte sul governo".
Ora che parecchie rivelazioni spuntano fuori, che cosa dobbiamo aspettarci da Red?
"Credo che l'elemento chiave sia il non dare mai nulla per scontato. Lo status di ogni personaggio cambia in continuazione nello show, episodio dopo episodio. E dopo il finale della stagione 2, comprenderete quante diramazioni potrebbe prendere la terza serie. Adesso ogni pezzo del puzzle è imploso e occorre rimettere tutto insieme. Ma una volta ricreato quel puzzle, il "quadro" non sarà più lo stesso. Questo vale per la relazione tra Reddington ed Elizabeth Keen, e quella tra lei e l'FBI. Red invece sta diventando più vulnerabile, dal lato emotivo. Per lui ora conta dare a Elizabeth le risposte che cerca: chi è lei? Chi sono loro due, veramente?".