TORINO. GRANDI progetti edilizi, malaffare e sete di potere. È la politica raccontata nella nuova serie tv Marseille, in streaming su Netflix dal 5 maggio. Otto episodi (diretti da Florent- Emilio Siri e da Thomas Gilou) per una sorta di House of Cards alla francese in cui l'intreccio di ambizioni, meschinità, vendette e giochi di potere si manifesta con tutta la sua forza corrosiva nella vita politica di Marsiglia alla vigilia delle elezioni comunali. Scritta da Dan Frank, Marseille ha per protagonisti Gérard Depardieu nel ruolo del potente sindaco della città e Benoît Magimel che interpreta il suo ex pupillo designato a succedergli sulla poltrona di primo cittadino.
Robert Taro, il sindaco da lei impersonato, è già stato accostato a Frank Underwood di "House of Cards". Che personaggio è?
"Uno che non molla facilmente - dice Depardieu al telefono da Lisbona, sul set del nuovo film di Fanny Ardant ispirato al romanzo Il divano di Stalin - ha governato Marsiglia negli ultimi vent'anni e vuole metterci sopra le mani per l'ultima volta facendo passare il voto per la realizzazione di un casinò nella zona storica del porto. Il suo braccio destro Lucas Barrès gli creerà molti problemi, anche se lo ha cresciuto come un figlio si troveranno a combattere l'uno contro l'altro. Non è una storia così lontana dalla realtà della politica".
Le serie tv riescono a raccontarla meglio del cinema?
"Sì, perché sono contemporanee, sono sintonizzate sul nostro tempo. Sono l'equivalente dei romanzi d'appendice, il feuilleton ottocentesco, quello di Alexandre Dumas, Eugène Sue, Ponson du Terrail. Anche allora rappresentavano un genere a sé, diverso dal romanzo popolare, ed erano scritti per i giornali. Oggi le serie televisive come Breaking Bad o House of Cards aprono una finestra sul mondo contemporaneo, esprimono un'identità culturale e portano una testimonianza sulla società".
Quale idea della politica veicola "Marseille"?
"Che l'attività dei politici si basa sulla volontà di fare il bene della gente, ma poi non è detto che la gente voglia quello che vogliono loro. Tutti i sindaci affermano che il loro unico scopo è quello di fare gli interessi dei cittadini".
La politica non le piace?
"Mi rompo terribilmente a parlare della politica e non amo il potere. La corruzione che si vede in questa fiction è quella che c'è nella politica vera. Non esistono partiti onesti, ci sono sempre di mezzo i soldi, soldi della droga, delle mafie, degli affari sporchi. Nella politica ci sarà sempre la corruzione, perché succede dai tempi dei tempi".
Alla Cinémathèque Française di Parigi è in corso una grande retrospettiva di tutti i suoi film, ma lei non perde l'occasione per criticare il legame tra cultura e politica. Cosa c'è che non va?
"Per fare il direttore di un festival o di una rassegna culturale sei obbligato a essere vicino alla politica, ed è una cosa negativa: la cultura deve essere autonoma, per sua costituzione è sempre stata contro il potere".
Robert Taro, il sindaco da lei impersonato, è già stato accostato a Frank Underwood di "House of Cards". Che personaggio è?
"Uno che non molla facilmente - dice Depardieu al telefono da Lisbona, sul set del nuovo film di Fanny Ardant ispirato al romanzo Il divano di Stalin - ha governato Marsiglia negli ultimi vent'anni e vuole metterci sopra le mani per l'ultima volta facendo passare il voto per la realizzazione di un casinò nella zona storica del porto. Il suo braccio destro Lucas Barrès gli creerà molti problemi, anche se lo ha cresciuto come un figlio si troveranno a combattere l'uno contro l'altro. Non è una storia così lontana dalla realtà della politica".
Le serie tv riescono a raccontarla meglio del cinema?
"Sì, perché sono contemporanee, sono sintonizzate sul nostro tempo. Sono l'equivalente dei romanzi d'appendice, il feuilleton ottocentesco, quello di Alexandre Dumas, Eugène Sue, Ponson du Terrail. Anche allora rappresentavano un genere a sé, diverso dal romanzo popolare, ed erano scritti per i giornali. Oggi le serie televisive come Breaking Bad o House of Cards aprono una finestra sul mondo contemporaneo, esprimono un'identità culturale e portano una testimonianza sulla società".
Quale idea della politica veicola "Marseille"?
"Che l'attività dei politici si basa sulla volontà di fare il bene della gente, ma poi non è detto che la gente voglia quello che vogliono loro. Tutti i sindaci affermano che il loro unico scopo è quello di fare gli interessi dei cittadini".
La politica non le piace?
"Mi rompo terribilmente a parlare della politica e non amo il potere. La corruzione che si vede in questa fiction è quella che c'è nella politica vera. Non esistono partiti onesti, ci sono sempre di mezzo i soldi, soldi della droga, delle mafie, degli affari sporchi. Nella politica ci sarà sempre la corruzione, perché succede dai tempi dei tempi".
Alla Cinémathèque Française di Parigi è in corso una grande retrospettiva di tutti i suoi film, ma lei non perde l'occasione per criticare il legame tra cultura e politica. Cosa c'è che non va?
"Per fare il direttore di un festival o di una rassegna culturale sei obbligato a essere vicino alla politica, ed è una cosa negativa: la cultura deve essere autonoma, per sua costituzione è sempre stata contro il potere".