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Maryum Ali in carcere per fiction. Ma quando finisci all'inferno diventa tutto vero

La figlia del più grande pugile di tutti i tempi è fra i protagonisti del docureality 'I miei 60 giorni all'inferno', su Crime Investigation. Sette persone infiltrate per due mesi nel carcere di Clark County, a Jeffersonville, nell’Indiana: un'isola maledetta, abitata da fantasmi di umanità
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Girano solo facce stravolte. Chi ride sembra che pianga. Ammiccano, fanno gesti con le mani, ti si avvicinano, qualcuno spinge. E poi tutti quei segni, che saranno mai, simboli, minacce, di sicuro in mezzo ci sono un paio di messaggi cifrati: «Ma ne esistono a centinaia. Due “inmates” ne inventano uno, altri due un altro, poi tre si accordano a mensa per smettere di parlare, infine cinque per scambiarsi la droga eseguono dei sospiri rumorosi intervallati da grida». Lo sanno o no che c’è il trucco? E poi chi trucca? «Non sono sicura di fare la cosa giusta». Maryum ha 47 anni e soprattutto ha paura. E’ la figlia maggiore di Muhammad Ali: «Il vecchio? Non molla mai». Striscia fra un corridoio e l’altro, ci sono momenti in cui sente il peso di aver scelto di essere una dei sette infiltrati, “undercover”, sotto copertura, mandati al massacro per capire meglio i meccanismi interni del carcere di Clark Count…
Girano solo facce stravolte. Chi ride sembra che pianga. Ammiccano, fanno gesti con le mani, ti si avvicinano, qualcuno spinge. E poi tutti quei segni, che saranno mai, simboli, minacce, di sicuro in mezzo ci sono un paio di messaggi cifrati: «Ma ne esistono a centinaia. Due “inmates” ne inventano uno, altri due un altro, poi tre si accordano a mensa per smettere di parlare, infine cinque per scambiarsi la droga eseguono dei sospiri rumorosi intervallati da grida». Lo sanno o no che c’è il trucco? E poi chi trucca? «Non sono sicura di fare la cosa giusta». Maryum ha 47 anni e soprattutto ha paura. E’ la figlia maggiore di Muhammad Ali: «Il vecchio? Non molla mai». Striscia fra un corridoio e l’altro, ci sono momenti in cui sente il peso di aver scelto di essere una dei sette infiltrati, “undercover”, sotto copertura, mandati al massacro per capire meglio i meccanismi interni del carcere di Clark County, a Jeffersonville, nell’Indiana. Nel ventre della bestia, come scriveva Jack Abbott, non c’è tempo né spazio: c’è solo un miscuglio indefinibile di entrambi, che ti stringe al collo e ti uccide un centimetro alla volta. Nel docu-reality della A&E Network I miei 60 giorni all'inferno che debutta sulla tv italiana oggi, su Crime Investigation (canale 118 di Sky) la verità non esiste. In America la serie è iniziata il 10 marzo e a fine anno cominceranno a produrre la seconda stagione. I “magnifici sette” finiscono dentro. Chiedono loro di indagare sui traffici di droga perché fra una cella e l’altra gira più roba che a South Central o a Watts (per parlare soltanto di Los Angeles). Ricevono pugni in faccia dai nuovi compagni di merende: «Allora vuol dire che ne è valsa la pena», ammette lo sceriffo Jamey Noel, in carica da inizio 2015 col preciso obiettivo di dare “una pulita” al sistema vigente nel penitenziario. Fra azzardi e timori, realtà e finzione, il succo è drammatico come può esserlo un racconto dell’orrore: nella migliore delle ipotesi finisce male. Eppure le telecamere sono lì, eppure uno straccio di finzione dovrebbe rassicurare chi ha deciso di buttarsi nella mischia. E invece no. Sembra il contrario. Nessuno conosce l’identità degli imboscati, neppure fra di loro possono identificarsi. Soli. Fecero un colloquio individuale, ognuno spiegò le ragioni della propria adesione. Lo sceriffo annuiva, annuiva sempre. Come se ogni motivazione ascoltata fosse migliore della precedente.
Maryum Ali 

«Volevamo raccontare cosa voglia dire trascorrere un tempo immaginario come quello dei carcerati, ma da una prospettiva inedita», tenta di spiegare Gregory Henry, uno dei produttori della Lucky 8. «Una volta che hai spento la tv ti restano in testa le immagini». Sono peggio delle parole, riconosce Maryum, che nella vita reale lavora come assistente sociale. Da tempo la figlia del più grande pugile di tutti i tempi vive nella violenza di gang senza età, che vorrebbe domare e non ci riesce perché è «come cercare di asciugare il mare col bue e l’asinello». Nonostante fosse preparata, il pianto che l’ha colta in carcere era qualcosa di inedito, gli occhiali le scivolavano sul naso e si accorse di tremare sulla sedia. I primi giorni sono atroci. Come quelli di un vero prigionierio. Esprimeva un disagio mai provato, Maryum. Due mesi in un’isola maledetta, circondata dai muri, abitata solo da fantasmi di umanità. Come spiegare le telecamere ai carcerati e alle guardie? «Servono per un lavoro sul comportamento dei detenuti appena arrivati». La balla del controllo sull’ambientamento ha funzionato. Nessuno ha creduto che i nuovi arrivati fossero degli imbroglioni senza colpe da pagare, con una famiglia da dimenticare e un paio di canzoni con cui far finta di essere ancora vivi. Erano dei disgraziati, mascalzoni, perduti come loro, solo sette fresche facce fra cinquecento facce deturpate e imbalsamate dalla rabbia e dal dolore.

"I miei 60 giorni all'inferno", un viaggio allucinante nelle carceri americane

«Ho accettato perché ero convinta di poter continuare con altri mezzi la mia battaglia contro la violenza, vivo fra ragazzi che entrano ed escono dalla galera, i cui genitori non fanno neppure questo, perché stanno dentro e basta». E’ l’unica afro-americana del gruppo: «Quando sei lì dentro conta poco il colore della pelle». La tinta è unica. Quando è entrata però ha cercato di mascherarsi un po’. Un giorno strappò una maglietta e ci si legò i capelli. La tv non era mai entrata nella pancia dantesca del peccato moderno, alterando l’equilibrio fra giusto e sbagliato. Al punto che Robert, l’insegnante travestito da colpevole, uno dei dannati per volontà televisiva, si è domandato: «Fino a che punto posso considerarmi pulito?». Casa di pena anche nell’altro senso: «Alcuni fanno così tenerezza, in quella specie di paranormalità in cui sono caduti, che quando ti alitano in faccia che vorrebbero vederti morto tu vorresti invitarli a bere una birra».

Parte "I miei 60 giorni all'inferno", il reality girato nelle carceri Usa

Non ci sono privilegi, non esiste decoro. Dimenticate la stanza curata di Hannibal Lecter, dimenticate le carezze, il manganello che sbatte sulle sbarre per avvertire. Dimenticate il significato delle parole fuga e riscatto. Qui c’è solo confusione. Anche di ruoli. Vero e falso aggrovigliati: alla fine pare tutto vero. Una sottile linea rossa dovrebbe teoricamente dividere in due l’inquadratura. Non sempre accade. L’obiettivo dello spettacolo, almeno quello, è stato raggiunto. Benvenuti all’inferno fra miasmi antichi e modernità digitale. E c’è posto per tutti.