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Anna Marchesini, quanta grazia e generosità soprattutto con i ragazzi

Venerata da giovani attori, registi, universitari, l'attrice e scrittrice era un irresistibile mito per intellettuali e per gente comune che affollavano i suoi reading letterari (di pagine dei propri romanzi) in teatro e in libreria

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Sprigionava affetto con un fiume in piena di parole disincantate e tanto malinconiche quanto ironiche, la Marchesini. Ammetteva d'essersi posta un divieto alla felicità, quasi per paura di farsi male, e affermava che l'esperienza dell'infelicità poteva essere più bella. Parlava come la più etica delle donne, creava contatti con un semplice sguardo, ed era appassionatamente amata dall'ex platea immensa e multigenerazionale dei telespettatori fin dagli anni '80, dall'epoca d'oro del Trio, e tuttavia era anche indistintamente venerata da odierni e agguerriti plotoni di giovani (attori, registi, universitari), era un irresistibile mito per intellettuali e per gente comune che affollavano i suoi reading letterari (di pagine dei propri romanzi) in teatro e in libreria.

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Posso testimoniare che dava appuntamenti in palcoscenico o in luoghi di cultura e ogni volta si creava sempre un affollamento, un'educata mischia, una fittissima platea o galleria di suoi estimatori. Anna era (e rimarrà) un mito, un talento fatto di spirito, di generosità, di coinvolgimento, di profondo pensiero imprestato al linguaggio comico o grottesco, ma era soprattutto un'intensa, instancabile persona dedita a osservare il mondo, i turbamenti dell'animo, facendone ovunque e sempre tesoro, sorprendendo per la confidenza che era capace di creare fulmineamente, a prescindere dai percorsi artistici a base spesso di caricature energiche, plusvalori sarcastici, babilonie umoristiche. Il fatto è che lei, così solida di mezzi, tanto scientifica nelle identificazioni, e senza una sfasatura nelle espressioni, è stata sempre in realtà una creatura quasi leopardiana, dotata di spirito poetico fin dalla prima gioventù, destinata a una solitudine (poi compensata dalla professione) che era ben percepibile nel suo primo romanzo Il terrazzino dei gerani timidi del 2011, un libro anche considerabile quasi un diario, un prezioso suo risguardo. Insomma di una Marchesini irresistibilmente affluente, loquacemente sodale col Trio, armonica coi media, a me resta la forte impressione di una donna piena di grazia e di senso in una dimensione privatissima, difesa dal genio professionale, una donna che pur dividendo bene dopo il Trio una certa sua sorte più drammaturgica con Tullio Solenghi, fatalmente ha fatto le scelte più sentite in un contesto solitario, giungendo al suo autore ideale (per scherno borghese e raffinato isolamento) Alan Bennett, sperimentando poi il sogno di un a solo universale come Giorni felici di Beckett, che le stava indosso come un abito cucito apposta per lei. Per poi mescolare la vena di scrittrice e di attrice con la tournée basata su Cirino e Marilda non si può fare, un capitolo del suo ultimo libro Moscerine del 2014.

Ma è ingiusto e insufficiente dire di lei che era una bravissima attrice. No, Anna aveva un carisma delicato e forte insieme, aveva il coraggio di non parlare mai di una letteratura della salute che non la favoriva, e emetteva un sentimento protettivo infinito nei riguardi  della bella e giudiziosa figlia Virginia, e si nutriva di classici, di letture di Dostoevskij, Pirandello, Calvino, Palazzeschi, James, Woolf. Era parente degli autori che assumeva, era in dimestichezza totale con i moltissimi giovani che apprendevano da lei (grazie anche alla fiducia offertale da sempre da Lorenzo Salveti in Accademia), era indicibilmente amica con i non molti amici - va dato atto a Solenghi di averle dedicato gesti delicati e sensibili, sempre - ed era legata devotamente ai suoi familiari. Era una come noi, ma era anche tanti di noi. E ora?