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'Cose nostre', storie di chi si è opposto alla mafia: "Dobbiamo sconfiggerla tutti insieme"

Dal 12 novembre, su RaiUno, la trasmissione condotta da Emilia Brandi raccoglierà le testimonianze di chi ha reagito al malaffare, rischiando la vita

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Le storie di chi si non volta dall’altra parte, di chi ha il coraggio di raccontare, storie di imprenditori e giornalisti che non si sono fatti intimidire e pagano un prezzo altissimo: rischiano la vita, vivono sotto scorta. Cose nostre, il programma di Emilia Brandi, Giovanna Ciorciolini, Michele Alberico, Alessandro Chiappetta, Tommaso Franchini (con la regia di Andrea Doretti), da sabato 12 novembre in seconda serata su RaiUno, ha raccolto le testimonianze di chi chiama le cose col proprio nome "perché la mafia" dice il presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, intervenuta alla presentazione "dobbiamo sconfiggerla tutti insieme, poliziotti, avvocati, giudici, giornalisti e cittadini, padri e madri".

'Cose nostre', il programma che lotta contro la mafia

Il titolo giusto di questa inchiesta sul campo forse dovrebbe essere Cose di tutti. Perché il malaffare che si mangia posti di lavoro, ricatta e minaccia, mette a tacere i testimoni, ci riguarda anche se abitiamo a centinaia di chilometri. Mai tante scorte insieme a Viale Mazzini. Ci sono il presidente del parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, scampato a un attentato a maggio e minacciato ancora pochi giorni fa ("Cosa Nostra si finanziava con i fondi europei, dopo che l'abbiamo messa in difficoltà ha reagito" spiega. "Ma bisogna denunciare perché i nostri figli devono avere un futuro"), i giornalisti Paolo Borrometi, che scrive della mafia nella zona della ricca Ragusa e Luigi Necco, volto storico della Rai, gambizzato dalla camorra nel 1980. Aveva raccontato a Novantesimo minuto la vicenda di Antonio Sibilia, presidente dell'Unione Sportiva Avellino, che era andato un’udienza del processo che vedeva imputato Raffaele Cutolo e gli aveva regalato una maglia. "Non capisco niente di calcio" dice con ironia "ma ho visto e raccontato. Voglio fare un appello alla signora Bindi e ai politici: cari politici, la Rai è sempre stata un vostro strumento. Difendetela".

Con loro Bindi, il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico e Giuseppe Giulietti, presidente della Fnsi che fa un appello: "Perché chi vive sotto scorta non deve solo essere scortato dalla polizia deve avere una scorta mediatica, vanno tenuti accesi i riflettori, sempre". Il direttore di RaiUno Andrea Fabiano si dice fiero che la trasmissione sia un esempio di servizio pubblico "perché ha un compito molto importante: dà visibilità alle storie di protagonisti che non hanno la ribalta nazionale ma che nel loro territorio affrontano quotidianamente la battaglia contro la mafia. Si svolge nei luoghi dove le cose accadono e non in studio. Questo ci permette di mettere a contrasto la bruttezza sociale e la bellezza assoluta di chi affronta la battaglia quotidiana contro la mafia".

Brandi aveva già fatto una serie girata in Calabria, ora si è spostata tra Puglia, Campania e Sicilia. La prima delle sei puntate racconterà la storia di Marilù Mastrogiovanni che nelle sue inchieste ha messo in luce l’altra faccia del Salento. Intimidazioni quotidiane, querele temerarie, chi fa giornalismo d’inchiesta in zone poco illuminate è spesso lasciato solo. "Come commissione antimafia riteniamo che il giornalismo d'inchiesta sia uno strumento molto importante. La mafia non si combatte solo nelle sedi giudiziarie partendo dalla conoscenza e dalla consapevolezza del fenomeno. Per contrastarla non servono eroi, ma cittadini che fanno quotidianamente il loro dovere" ribadisce Rosy Bindi. "Per troppo tempo tutti noi ci siamo affidati a 'un supplente', le associazioni antimafia che sono importanti ma non sufficienti. Il mafioso condiziona il nostro mondo, la nostra economia, le nostre scelte. Bisogna ammettere che le mafie esistono e non negarlo. E' necessario non ridurre il fenomeno mafioso a un fenomeno di costume. E' importante che i giornalisti ci raccontino la realtà così com’è, che ci mettano di fronte al male. E' il presupposto per creare una cultura di resistenza: come commissione Antimafia abbiamo fatto una nostra inchiesta sui giornalisti minacciati e sui giornalisti conniventi. Occorre far conoscere chi rischia di rimanere solo. Questa situazione colpisce soprattutto i giovani e le testate locali. Occorre salvaguardare e rafforzare l’autonomia dei giornalisti che svolgono una funzione essenziale nella conoscenza dei fenomeni mafiosi e nella promozione di una più robusta cultura della legalità. Programmi come questo della Rai sono importanti, accendono le luci su certe realtà".