Nel suo sembiante Pio XIII si presenta come un papa che non conosce la subdola minaccia del dubbio. Il suo magistero viene impostato come anti-illuminista e anti-conciliare. Il suo programma restauratore è quello di rovesciare ogni forma patetica di evangelizzazione per ripristinare la verticalità assoluta di Dio in totale controtendenza rispetto al nostro tempo. Appare spietato, persino sadico, coi suoi nemici cardinali e un abile stratega nel rapporto col potere temporale. In contrasto con la sua giovane età si presenta come il difensore implacabile e severo dei principi più dogmatici della dottrina, antagonista al multiculturalismo ipermoderno, contrario ad ogni forma di liberalizzazione, integralista, sostenitore della fede senza incertezze e dell’infallibilità assoluta del pontefice. Con la stessa ira di Cristo, vuole cacciare i mercanti dal tempio, rifiuta di offrire la sua immagine alla logica del marketing, è ostile ad ogni processo di umanizzazione della Chiesa. Vuole restare invisibile, nell’ombra, testimone dell’assenza.
Il Papa di Sorrentino duella con il cardinale Silvio Orlando
Dal 21 ottobre, contemporaneamente in 5 Paesi, (Italia, Regno Unito, Germania, Irlanda e Austria) arriva la serie tv di Paolo Sorentino 'The young Pope'. Accanto a Jude Law, Papa giovane nei panni di Pio XIII, un cast internazionale: l'attrice premio Oscar Diane Keaton (Suor Mary), Silvio Orlando (Cardinal Voiello), Scott Shepherd (Cardinal Dussolier), Cécile de France (Sofia), Javier Cámara (Cardinal Gutierrez), Ludivine Sagnier (Esther), Toni Bertorelli (Cardinal Caltanissetta) e James Cromwell (Cardinal Michael Spencer). Le prime due puntate (in tutto sono dieci) sono state presentate alla Mostra del cinema di Venezia
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Il suo carisma non è quello francescano del servo di Dio, dell’umiltà e della compassione amorevole. Incarna piuttosto, nella sua durezza scontrosa, l’inaccessibilità di Dio. La sua teologia è anti- umanistica e Dio-centrica: non è l’uomo che conta, ma l’alterità assoluta di Dio. Ecco di cosa non dovremmo mai dimenticarci, ammonisce nel suo primo discorso pronunciato dal balcone di San Pietro di fronte ad una folla che si rivelerà sempre più smarrita. Il suo non è il volto del papa buono che sorride alla luce della luna, ma quello che richiama la tempesta, che decide di stare nell’ombra, di rimanere invisibile, di sottrarre la propria immagine umana agli occhi dei fedeli. Nessun movimento verso il popolo, nessuna empatia; non ristora, non rassicura, non consola, ma avverte che la vita dell’uomo senza la vita di Dio è vita morta. Il suo discorso è uno schiaffo deciso ad ogni versione populistica e biecamente utilitaristica della religione. Riabilita il Dio giudaico, pre-cristiano, quello della violenza redentrice, come quando nel discorso rivolto ai cardinali, al limite del delirio, presenta Dio come il costruttore dell’inferno.
Da dove viene questa teologia non Cristo-centrica ma Dio-centrica? Questa fede che vorrebbe rigettare ogni forma di dubbio, questa rappresentazione di Dio come sguardo impassibile? Ecco l’altro grande centro della narrazione di Sorrentino che viene esposto con una sensibilità per nulla estranea alla cultura psicoanalitica. Lo sguardo di Dio è lo stesso che ritorna negli incubi del papa nella forma dello sguardo freddo e distaccato della madre che da bambino lo abbandona in un orfanotrofio.
Il segreto di Pio XIII, papa-padre, simbolo più alto della Legge, è quello di essere stato un figlio scartato, abbandonato e, dunque, smarrito, profondamente incerto sulla fede nell’Altro, minato dall’incertezza. Il desiderio dei suoi genitori non gli ha attribuito alcun valore. Egli ha fatto così esperienza prematura della morte. La sua vita è stata svuotata di senso dal fallimento del primo e fondamentale amore. Per questo nella sua vita non ha fatto altro che ricercare affannosamente in Dio un amore sicuro. Grande tema sorrentiniano — presentissimo in tutta la sua opera — dell’esperienza irreversibile e originaria della perdita. Ecco il segreto della fede, al limite del fanatismo, di Lenny: restaurare l’amore ferito, recuperare l’oggetto impossibile da recuperare. È il dramma che abbiamo incontrato anche in Jep, il protagonista della Grande bellezza, confrontato lui stesso con un primo amore tanto perduto quanto indimenticabile. Lo stesso incontro d’amore con una ragazza che travolge per una settimana un giovanissimo Lenny prima della sua entrata in Seminario. Traccia indelebile della perdita che raddoppia quella dei genitori. Amori che lasciano ceneri che non smettono di spurgare sangue.
È dalla ferita inguaribile dell’orfananza che scaturisce la sua scissione più drammatica: il custode della fede è alla ricerca tormentata della fede, il padre della Chiesa è un figlio smarrito, traumatizzato dalla perdita dei suoi genitori. Il volto austero di questo Dio lontano protagonista della teologia Dio-centrica di Pio XIII incarna lo spirito di vendetta del figlio abbandonato verso i suoi genitori colpevoli di non averlo amato? Oppure il problema è ancora un altro, ovvero che l’amore umano è sempre imperfetto, fonte di dolore e di pena, destinato all’agonia, mentre la salvezza può darsi solo nell’amore imperituro per Dio. Solo Dio, infatti, risponde, non abbandona, solo il suo amore è definitivo.
Eppure, come l’assenza inspiegabile dei suoi genitori, anche Dio resta per Lenny un mistero inaccessibile. Diventare prete è stato un modo per continuare a restare figlio? La fede è davvero una vigliaccheria? Cercare lo sguardo di Dio è cercare lo sguardo perduto della propria madre? Non è così che si chiude lo straordinario racconto di Sorrentino. Il giovane papa diventa uomo e il Dio inaccessibile si trasforma in un Dio del sorriso. L’immagine di Pio XIII potrà rinunciare finalmente al rifugio dell’ombra. La sua ferita saprà diventare una poesia?