'C'è qualcuno', domani il docufilm su Rigopiano: "Una celebrazione dei non eroi"
SILVIA FUMAROLA
Il documentario scritto da Michele Santoro e realizzato interamente con filmati originali dei Vigili del fuoco andrà in onda il 2 giugno su Rai2. Le musiche sono di Nicola Piovani
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"Gli elicotteri hanno dovuto attendere l'alba per alzarsi in volo e non è stato facile salirci sopra" recita la voce di Alessandro Haber "'Saltate! L'albergo è davanti a voi'. Ma dove ci avete portati? Non c'è niente davanti a noi". Non c'è niente a Rigopiano, solo la neve che copre tutto. Per la prima volta la tv racconta in presa diretta le operazioni dei soccorritori all'interno dell’albergo di Farindola cancellato dalla valanga lo scorso gennaio. C’è qualcuno, ripetono senza sosta, e così s'intitola il film dei Vigili del fuoco (sono loro le immagini girate con i propri mezzi – dalle piccole telecamerine GoPro montate sui caschi da soccorso alle riprese immediate con i telefonini e le telecamere), di Michele Santoro e Alessandro Renna in onda il 2 giugno su Rai2 alle 21.05. Le musiche di Nicola Piovani accompagnano le operazioni di salvataggio, le parole, la fatica, i silenzi, l’impegno commovente di donne e uomini "che sono l’Italia migliore" come ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
I soccorsi a Rigopiano, un documentario dei Vigili del fuoco
Le immagini lasciano il segno, è un racconto che toglie il fiato. "Noi vigili del fuoco siamo abituati al terremoto, troviamo un punto per partire ma stavolta eravamo sgomenti. Persino i cani non abbaiavano più". Il piccolo Gianfilippo viene applaudito, è uscito per primo. "Ci sei mai stato sul gatto delle nevi? Allora ti portiamo a fare un giro". Anche Adriana, la madre, è viva. "Adesso avevamo sei persone da tirare fuori e non sentivamo più la fatica". "Dai Fabri', cerchiamo 'sto varco. Quando li trovi provi una sensazione che non puoi spiegare. Spostatevi da davanti se no vi arrivano i pezzi. Prendete la torcia che non spegniamo la luce dai caschi così ci vedete, ma loro non avevano paura. Belli belli patati arriviamo. Quei bambini ci ripagavano di tutto". È Haber a dare voce ai dialoghi, a tenere il filo rosso del racconto: "Chi è della Roma? Pure tu sei juventino? Abbassa la testa, vai a quattro zampe piano piano; metti il sedere per terra e scivola, dai. Io sono Stefano. In fondo chi è un vigile del fuoco? Uno che dice: 'Sono qui'. Ti rispondono: 'Non ce la faccio, si salvi lei'. 'O ce ne andiamo insieme o restiamo insieme qui sotto'". Li prendono con calma e dolcezza, ma fuori dal tunnel piangono. Lacrime di dolore e di gioia.
Poi Rigopiano restituisce solo cadaveri, sono ventinove i morti. "Quando arrivano le ruspe - è sempre la voce narrante di Haber - non ce l’ho fatta a stare davanti alla tv. Sono andato dal ferramenta a comprare dei chiodi. 'Un attimo, stiamo guardando quello che succede a Rigopiano'. Sono un vigile, ieri ero lì. Abbiamo fatto di tutto, non siamo riusciti a salvare tutti. Mi abbracciano. Ma questo la gente l'ha capito, per settimane non siamo riusciti a pagare un caffè. Tutti ricordavano Vermicino, quel bambino morto, oggi c'è Rigopiano: quattro bambini, tutti vivi". I familiari delle 29 vittime, che inizialmente avevano protestato per la docufiction, dopo aver visto in anteprima il film hanno riconosciuto il valore e il senso del lavoro. "Non deve accadere che la retorica sui 'valorosi soccorritori' cancelli i morti, la sofferenza dei sopravvissuti e la ricerca e l'accertamento di eventuali responsabilità" dice Michele Santoro. "Questo nostro film non celebra né il potere costituito né gli eroi, celebra i non eroi: i Vigili del fuoco che si sono infilati in quei buchi, i sopravvissuti che si preoccupavano più della salvezza degli altri che di loro stessi, e quei bambini. 'Un bambino salvato diventa, in quei momenti, tuo figlio. Un adulto morto è un parente che ti lascia', raccontano i Vigili protagonisti dei soccorsi". C’è qualcuno spiega cosa vuol dire credere nella vita, nella solidarietà umana. Senza tirarsi mai indietro. Spiega come si muovono i soccorritori, che scavano con le mani nude e aspettano una voce, una flebile traccia. Si calano in buchi minuscoli, una spalla, poi l’altra, poi giù nel buio. Anche se non risponde più nessuno.