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'Narcos', si riaprono le porte del regno dei narcotrafficanti: "Sarà più sporco e duro"

La terza stagione di 'Narcos', la serie creata da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro, riparte dagli anni Novanta il primo settembre su Netflix. Cosa c'è dopo la morte di Pablo Escobar? Un gioco ancora più violento

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NEW YORK – “Quando tagli la testa a un serpente, ne spuntano altre tre. Anzi quattro. E con i denti più acuminati”. Si presenta così il più potente covo di narcotraffico dopo la fine di Pablo Escobar. Con la terza stagione di Narcos continua il viaggio nelle frontiere della coca, i suoi porti di transito, affari e nuovi boss: Javier Peña (Pedro Pascal), l’agente della Drug Enforcement Administration, l’agenzia federale statunitense, dovrà vedersela con lo ‘scacchista’ Gilberto José Rodríguez Orejuela, suo fratello Miguel, il signore della droga “Chepe” Santacruz e Hélmer Herrera Buitrago detto Pacho. Ora che Escobar, il re del cartello di Medellín, considerato responsabile di 4mila omicidi, è fuori gioco, prosperano i narcoparty del cartello di Cali, perché, come sostiene Peña, “nei cartelli della cocaina la successione è tutto”.
 
Presentato in anteprima al Lincoln Square di New York e dal primo settembre su Netflix, Narcos si fa ancora più “sporco e duro”: più players, più sparatorie e al voice-over di Boyd Holbrook, nel ruolo del vero ex agente Dea Steve Murphy, subentra quello di Pascal. Terza stagione, anni Novanta. Peña, da agente dell'antidroga locale assume la carica di supervisore; il suo scopo è impedire il dilagare della corruzione in Colombia e il traffico illegale di droga destinata agli Stati Uniti, con l’aiuto dei partner Chris Feistl (Michael Stahl-David) e Daniel Van Ness (Matt Whelan). Uno dei personaggi più attesi è Pacho, interpretato dall’argentino Alberto Ammann: “Pacho, morto nel ’98, era un narcotrafficante apertamente omosessuale” dice. “Non c’era posto per un uomo come lui, allora si è costruito un posto tutto suo, a capo di uno dei maggiori cartelli di droga al mondo”.
 

'Narcos', arriva la terza stagione su Netflix


Imboccare la strada del post-Escobar, per il produttore esecutivo Eric Newman, significa sganciarsi dai 15 anni dell’ascesa di Escobar e andare a radiografare – con le stagioni 3 e 4, in cantiere – le identità dei successori e il viaggio della cocaina dalla Colombia a noi. Con lo smantellamento del cartello di Medellín, fondato da Escobar, dai fratelli Ochoa e da José Gonzalo Rodríguez Gacha detto El Mexicano, il cartello di Cali è diventato un impero. “La nuova stagione di Narcos ruota attorno ai padrini dell’industria della coca” ci racconta il protagonista Pedro Pascal. “L’organizzazione di Cali forse è meno conosciuta di quella di Escobar. Io la reputo più interessante: aveva più soldi, potere e sapeva nascondersi meglio. Ecco il perché di tanto successo”.

Per prepararsi Pascal si è portato appresso un piccolo glossario del narcotraffico, studiando linguaggio, codici e tradizioni colombiane, a partire dalla prima stagione. “Il Sudamerica va scoperto di regione in regione” racconta. “Lo stesso vale per le operazioni compiute in nome di quel dio maggiore noto col nome di ‘cartello’. Cali è la capitale della salsa, ha un clima da savana tropicale ed è un luogo che non si lascia afferrare in un pugno”. In Narcos il serpente più velenoso è infatti la città di Cali, controllata dal narcotraffico. “La forza di questa serie tv, sin dal 2015, è la sua imprevedibilità: nonostante tutto quello che raccontiamo sia realmente accaduto, il dilagare della guerra alla droga, scagliata decenni fa dagli Usa, tiene incollato lo spettatore come se fosse Il trono di spade” aggiunge lo showrunner. La guerra, infatti, può dirsi tutt’altro che vinta: in uno degli ultimi report, la Dea parla di una rete costituita da California, New Mexico e Texas come canale privilegiato per lo smercio.

Legandosi all’attualità, il messicano Damián Alcázar (Gilberto) immagina Cali non come il capoluogo del dipartimento di Valle del Cauca, ma “un motore Google vivente e itinerante, dove al posto di fare ricerca in modo passivo, lo spettatore può farsi pedina del gioco ed entrare nella Storia”. E il suo mestiere di attore, dice, “è ormai una missione, una responsabilità. Dovrebbero girare serie tv sul movimento zapatista, sull’esplosione nella miniera Pasta de Conchos e su tanti altri accadimenti di cui ho letto sui giornali e che non hanno più voce. Quello che ho imparato dal Messico è che è sempre il momento buono per raccontare i fatti e denunciare il crimine”.