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'I figli del destino', Liliana Segre e quei bambini che lasciarono la scuola per le leggi razziali

In onda il 23 gennaio su RaiUno il film che racconta la storia di quattro bambini ebrei che vennero perseguitati tra ricostruzione storica e documentario
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È la voce di Neri Marcorè a guidarci nell'orrore: è il 5 settembre 1938 quando a San Rossore re Vittorio Emanuele firma il primo decreto che segna l'inizio della persecuzione degli ebrei con la perdita dei diritti civili. I bambini che hanno la sola colpa di essere ebrei non possono più frequentare la scuola. Figli del destino, la docufiction di Francesco Micciché e Marco Spagnoli, in onda il 23 gennaio su Rai1 alle 21.25, intreccia da Nord a Sud le storie di quattro bambini, che oggi, adulti, sono testimoni della Shoah: la senatrice a vita Liliana Segre (a Milano), Tullio Foà (a Napoli), Lia Levi (a Roma) e Guido Cava (a Pisa) sono i testimoni del racconto che alterna preziosi materiali di repertorio a momenti di fiction (nel cast, tra gli altri, Massimo Poggio, Massimiliano Gallo, Patrizio Rispo, Valentina Lodovini). Scene recitate ricostruite a partire dalle testimonianze reali.


Le immagini storiche sono fornite dal CDEC (Fondazio…
È la voce di Neri Marcorè a guidarci nell'orrore: è il 5 settembre 1938 quando a San Rossore re Vittorio Emanuele firma il primo decreto che segna l'inizio della persecuzione degli ebrei con la perdita dei diritti civili. I bambini che hanno la sola colpa di essere ebrei non possono più frequentare la scuola. Figli del destino, la docufiction di Francesco Micciché e Marco Spagnoli, in onda il 23 gennaio su Rai1 alle 21.25, intreccia da Nord a Sud le storie di quattro bambini, che oggi, adulti, sono testimoni della Shoah: la senatrice a vita Liliana Segre (a Milano), Tullio Foà (a Napoli), Lia Levi (a Roma) e Guido Cava (a Pisa) sono i testimoni del racconto che alterna preziosi materiali di repertorio a momenti di fiction (nel cast, tra gli altri, Massimo Poggio, Massimiliano Gallo, Patrizio Rispo, Valentina Lodovini). Scene recitate ricostruite a partire dalle testimonianze reali.


Le immagini storiche sono fornite dal CDEC (Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), dall'Istituto Luce - Cinecittà, da Rai Teche e dal United States Holocaust Memorial Museum. "La memoria è il fondamento identitario del nostro Paese" dice Tinni Andreatta, direttrice di RaiFiction, che ha prodotto il lavoro con RedFilm. A Napoli Tullio Foà grazie al preside, che lo fa ammettere in una classe speciale (formata da dieci alunni ebrei), dichiarando che ha sei anni, continua a frequentare la scuola. "Tutto molto bello - racconta - andavo a scuola coi miei fratelli più grandi, ma notai qualcosa di strano. Tutti i bimbi entravano dal cancello principale solo noi da quello secondario, un quarto d'ora prima degli altri. A quel punto era chiaro che gli anormali eravamo noi. Una delle domande che mi fanno nelle scuole è 'Ti vuoi vendicare?'. Io rispondo che la vendetta non mi appartiene, ma la mia vendetta è raccontare che le leggi razziali non erano leggi all'acqua di rose, ma precise e decise. Lo scopo era dividere le famiglie". "Guardando la docufiction - spiega Lia Levi - mi identifico nei genitori. I miei genitori all'inizio mentirono non dicendomi la verità pensando di farmi del bene, facendomi, invece, del male".


Il pensiero è sempre lo stesso, che la Storia possa ripetersi. La riflessione di Primo Levi - "È accaduto, quindi potrebbe accadere ancora" - suona più che mai attuale.  "I campi di concentramento oggi sono in Libia e Senegal -  dice Rispo. - Sono lontani, ma non dobbiamo raccontarli tra 50 anni. Combattiamo anche per loro. Quello che mi terrorizza oggi è chi bacia la mano a un nostro politico o chi urla togliete la scorta a Saviano". I racconti sono  dolorosi, frammenti di vita perduta. Il tempo "lenisce - come sottolinea Liliana Segre - Ma è impossibile cancellare le atrocità subite". "Quando ho raccontato a Liliana Segre la nostra idea lei mi ha risposto: 'Per me prenda la bambina più brutta che trova'. Le ho risposto: 'Ma perché? Non si può fare'". La senatrice a vita, 88 anni, ripercorre il tentativo di fuga disperata col padre in Svizzera, il carcere a Milano, dove a San Vittore il genitore subiva interrogatori terribili da parte della Gestapo. "Dopo aver sopportato lo strazio di vederlo portar via per gli interrogatori - racconta - quando tornava ci abbracciavamo, era lui il mio bambino da consolare, ero sua mamma, sua sorella. Poi un giorno entrò un ufficiale tedesco che disse che dovevamo preparaci a partire per ignota destinazione. Poi il vagone blindato. Chi ha organizzato questo? Sono uomini come noi, non sono pazzi. Questo terrore, queste lacrime  e poi nessuno più piange. E poi c’è la preghiera di quelli che si riuniscono al centro del vagone e ringraziano Dio, loro lodano Dio anche in quella situazione. Dov’era Dio? Non so".

Al campo ricorda il lavoro nella fabbrica di munizioni, da operaia-schiava, la compagna con cui lavorava, Jeanine, una ragazzina francese uccisa nei forni crematori. "Quelli che non potevano più lavorare venivano mandati nella camera gas. Un giorno la macchina le trancia due falangi. In fila indiana dovevamo sfilare nude e arrivare dove c’erano due ufficiali in divisa che ci guardano e poi facevano quel gesto fantastico: ‘Vai. Sei viva’. Dietro di me fermano Jeanine. Io ero diventata una lupa affamata egoista che non voleva amare e non sopportava più i distacchi. Non mi sono voltata neanche per dirle ‘Jeanine ti voglio bene’.  Non me lo sono mai perdonato. Jeanine che non è diventata vecchia, per la colpa di essere nata".