Spettacoli

Le quote per la musica italiana in radio non servono. La regola dovrebbe essere libertà di scelta

(ansa)
Nelle principali emittenti generaliste i nostri artisti hanno passaggi molto elevati: nel 2018 solo tre canzoni straniere nella top ten. Ma è merito della musica italiana che sta vivendo una stagione di straordinaria creatività, non di una legge
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Si torna a parlare di quote obbligatorie di programmazione di musica italiana nelle radio. Accade ciclicamente da molti anni e c'è ancora chi pensa che possano essere uno strumento di sostegno al mercato della musica italiana. Pura follia passatista, perché l'ascolto della musica da diversi anni  si è spostato dalle radio agli smartphone, dall'Fm allo streaming, campo nel quale l'imposizione di quote è assolutamente impossibile, perché ogni singolo ascoltatore sceglie quello che vuole, quando vuole e dove vuole. Dal punto di vista industriale, nel 2018 tra i 30 artisti più venduti, 29 sono italiani, e nella top ten dei singoli più venduti (streaming e download inclusi) ci sono solo tre canzoni internazionali e cinque in quella dei brani trasmessi dalle radio.

La scelta penalizzerebbe quindi le radio, costrette da regole "vecchie" in partenza, non a seguire o orientare i gusti del pubblico ma quelli del legislatore. Possiamo fare un esempio per spiegarci meglio: ogni radio aggiorna con una certa frequenza la propria playlist, con i brani più recenti, per stare al passo con i tempi, proporre novità, incuriosire i propri ascoltatori e semmai sorprenderli facendo ascoltare canzoni nuove e interessanti. Può capitare, dunque, che in una settimana qualsiasi dell'anno non escano belle canzoni italiane e molti potenziali hit internazionali. Capita già adesso. E cosa dovrebbe fare il programmatore della radio? Per quella settimana sarebbe costretto a rinunciare a un bel pezzo internazionale, per scegliere una mediocre canzone italiana, perché la legge lo impone? Potrebbe accadere. E perché dovremmo volerlo?
 
Quote obbligatorie? Proviamo a immaginarle in un teatro: un terzo delle rappresentazioni deve essere di testi di autori italiani. E proviamo a immaginarle in un museo: un terzo delle opere esposte deve essere per legge di artisti italiani. E diciamo anche che al cinema, obbligatoriamente, un terzo dei film in programmazione in una sala deve essere italiano. E che accadrebbe alle radio di genere? Una radio che trasmette solo rock dovrebbe attenersi alle regole? E una che trasmette solo jazz? E, ancora di più, una radio che ha la sua programmazione centrata sulla musica classica? Meno Beethoven e più Verdi? E se un interprete italiano canta una canzone straniera in quale categoria cade? E se l'autore o interprete italiano canta in inglese? E se un italiano suona punk è musica italiana o straniera? E il rap in che categoria cade? Suvvia, siamo seri, e lasciamo ai direttori delle radio la libertà di trasmettere quello che vogliono, che sia musica italiana (come fanno molte radio che hanno, per libera scelta, solo musica italiana nella loro programmazione) o musica internazionale. Anche perché questa libertà, dato che le radio sono aziende, con l'obiettivo di catturare il maggior numero di ascoltatori possibili, spinge le radio a programmare brani a loro avviso destinati al successo e siamo noi, gli ascoltatori, a decidere, altrettanto liberamente, se hanno ragione o no ascoltandoli.
 
La regola dovrebbe essere solo una: libertà di scelta. Ogni radio sceglie la propria programmazione e già adesso, a dire il vero, le quote di musica italiana nelle principali emittenti generaliste nazionali sono molto elevate, e non perché viga l'autarchia ma perché, per nostra fortuna, la musica italiana sta vivendo una stagione di straordinaria creatività e qualità, un rinnovamento profondo, come non accadeva da anni, e decine e decine di nuovi artisti interessanti si sono affacciati alla ribalta. Anni fa era il contrario, la musica italiana languiva, era per la maggior parte provinciale, stantia, ripetitiva, e molte emittenti preferivano trasmettere musica internazionale maggiormente in sintonia con i tempi. Non lo fanno tutte, non lo fanno sempre, ma lo fanno, a seconda del profilo che decidono di dare alla programmazione. Le radio hanno regole proprie, decidono in autonomia, sono aziende sul mercato e in cerca di successo, in sintonia con il pubblico. Che non è lo stesso che compra cd e ascolta canzoni in streaming, come le classifiche, piene zeppe di artisti giovani italiani, rapper e trapper principalmente, testimoniano ormai da diverso tempo, con "quote" che superano ampiamente il 50 per cento e che in alcune settimane vedono la presenza solo di artisti italiani.
 
Sarebbe ora che la politica si accorgesse che esiste un comparto della produzione nazionale che si chiama musica, nel quale lavorano migliaia di persone, che producono arte, divertimento, cultura, intrattenimento, un comparto che mette in circolo energie e idee. Un settore che andrebbe sostenuto, non con assurde regole di programmazione obbligatoria, che servirebbero solo a creare una distorsione nel mercato, non un sostegno. Liberisti a parole, i promotori della legge autarchica più semplicemente non conoscono la musica, non ne conoscono le dinamiche, non ne capiscono i linguaggi, probabilmente si interessano realmente di musica solo una volta all'anno, come fa una gran parte dei cittadini di questo Paese, quando arriva il Festival di Sanremo, e tra qualche settimana si occuperanno nuovamente d'altro. Non dovrebbe essere così: il jazz italiano, ad esempio, è una delle eccellenze europee e internazionali, il nostro giovanissimo mondo del rap è cresciuto così bene che può tenere testa a quello del resto del mondo, e la nostra canzone d'autore è sempre stata ricca di creatività, poesia, arte, spesso molto di più di quella di Paesi come l'Inghilterra e la Francia.
 
Già, la Francia. Lì le quote esistono da molto tempo e, con franchezza, non ci sembra che i risultati siano travolgenti, è più facile trovare artisti italiani nelle classifiche internazionali che non francesi e il mercato, per quanto solido, non è di certo esploso con l'aiuto delle quote. Se la politica vuole aiutare la musica italiana lo faccia rendendo più semplice la vita dei club e dei locali dove si suona, investa promuovendo festival e rassegne, porti la musica nelle scuole in maniera seria e non solo con il flauto dolce, sostenga le attività dei giovani artisti, aiuti le associazioni che in tutta Italia la musica italiana la promuovono con enorme fatica tutti i giorni e provi, finalmente, a considerare che la musica pop, rock, quella che ancora qualcuno si ostina a chiamare "canzonetta" è parte integrante della nostra cultura e della nostra storia, e che andrebbe trattata con la stessa dignità del cinema, della letteratura, del teatro. Cominciamo da qui. Poi, se le canzoni italiane diventeranno l'80 per cento della programmazione delle radio sarà perché se lo meriteranno e ne saremo tutti molto contenti.