La distanza è siderale. C’è chi della nascita di una terza rete Rai strutturata – 40 anni fa oggi – ricorda tutto e quindi ha anche vissuto, magari con indole ben disposta verso il mondo e speranze nel futuro, la stagione giovane della medesima rete, ovvero da Angelo Guglielmi in avanti (1987). E può raccontare a figli e nipoti di una stagione in cui – incredibile – si credeva alla televisione, ci si fidava quasi, non si usciva magari la sera, perché c’era Rai 3 da guardare e non c’era di meglio in giro.
A distanza siderale ci sono i più giovani, magari assai più giovani, che oggi hanno una vaga dimestichezza con una struttura televisiva che, in fondo, non deve dimostrare più nulla da anni. La Rai 3 di oggi è quella che propone programmi altri rispetto alla concorrenza, senza esagerare o provarci praticamente mai, semplicemente giustificando sé stessa come luogo televisivo di dichiarata resistenza civile e di gusto. Non molto di più e a occhio è già moltissimo, visti i tempi.
Impossibile, a questi ultimi, spiegare davvero la stagione precedente, alla quale è inevitabile fare riferimento in occasione di celebrazioni come questa. Impossibile anche spiegare davvero l’incredibile miscela generata nell’epoca Guglielmi e sulla spinta popolar-narrativa del suo direttore: che conteneva e lanciava di tutto, con un’estetica inafferrabile ma che alla fine, altroché, è rimasta e ha generato una tonnellata di tv futura. Da Michele Santoro a Biscardi, per dire, da Chi l’ha visto a Telefono giallo, da Report ad Alba Parietti in piscina, al caleidoscopio perpetuo nel tempo di Blob – e sorvoliamo sulla potenza espressiva di quei preserali quando a Blob potevi affiancare la lunare Cinico Tv. E poi ancora e ancora – in alcuni meandri social succede, uno dice Magazine 3 e altri accorrono a ricordare il primo, sensazionale, Daniele Luttazzi (con Gloria De Antoni e Oreste De Fornari) e nessuna, ma proprio nessuna voglia di uscire il sabato sera visto che c’era quel ben di dio in tv.
Impossibile citare tutto. E ha ragione chi richiama piuttosto i meriti (!) della lottizzazione politica netta, decisa, la rete del Pci, Alessandro Curzi mitologico direttore in tempi in cui tutto sembrava possibile o quasi. Oppure, al tempo stesso quel luogo capillare e sempre attraversato da polemiche e distinguo che accorpa i tg regionali, la testata gigantesca che devi decidere: o è una tassa esagerata e inevitabile, oppure è il luogo vero del servizio pubblico. E ancora e ancora: scorrendo volti, programmi, Fabio Fazio, Serena Dandini, Corrado Guzzanti e la satira di livello assoluto, Gabanelli e Un posto al sole, lo spazio fisso con l’informazione a mezzanotte cascasse il mondo: il tutto via via mentre cambiavano direttori e la lottizzazione andava sfarinandosi nel quadro politico ormai completamente farinoso. E nel progressivo assestamento nel ruolo di oggetto di riferimento per l’unica frase che riuniva una discreta parte di popolazione televisiva: guardiamo cosa c’è su Rai 3.
Appunto, l’esercizio di memoria nel ricordare i bei tempi è tanto deleterio quanto appagante, come sempre avviene. Spiegarlo a chi c’era è superfluo, spiegarlo a chi non c’era è piuttosto inutile. Rimane una leggera ebbrezza malinconica e quel vanto principale: poter raccontare ad altri di quella storia, quando ci capitò davvero di credere alla televisione e di trovarvi perfino consolazione.
A distanza siderale ci sono i più giovani, magari assai più giovani, che oggi hanno una vaga dimestichezza con una struttura televisiva che, in fondo, non deve dimostrare più nulla da anni. La Rai 3 di oggi è quella che propone programmi altri rispetto alla concorrenza, senza esagerare o provarci praticamente mai, semplicemente giustificando sé stessa come luogo televisivo di dichiarata resistenza civile e di gusto. Non molto di più e a occhio è già moltissimo, visti i tempi.
Impossibile, a questi ultimi, spiegare davvero la stagione precedente, alla quale è inevitabile fare riferimento in occasione di celebrazioni come questa. Impossibile anche spiegare davvero l’incredibile miscela generata nell’epoca Guglielmi e sulla spinta popolar-narrativa del suo direttore: che conteneva e lanciava di tutto, con un’estetica inafferrabile ma che alla fine, altroché, è rimasta e ha generato una tonnellata di tv futura. Da Michele Santoro a Biscardi, per dire, da Chi l’ha visto a Telefono giallo, da Report ad Alba Parietti in piscina, al caleidoscopio perpetuo nel tempo di Blob – e sorvoliamo sulla potenza espressiva di quei preserali quando a Blob potevi affiancare la lunare Cinico Tv. E poi ancora e ancora – in alcuni meandri social succede, uno dice Magazine 3 e altri accorrono a ricordare il primo, sensazionale, Daniele Luttazzi (con Gloria De Antoni e Oreste De Fornari) e nessuna, ma proprio nessuna voglia di uscire il sabato sera visto che c’era quel ben di dio in tv.
Impossibile citare tutto. E ha ragione chi richiama piuttosto i meriti (!) della lottizzazione politica netta, decisa, la rete del Pci, Alessandro Curzi mitologico direttore in tempi in cui tutto sembrava possibile o quasi. Oppure, al tempo stesso quel luogo capillare e sempre attraversato da polemiche e distinguo che accorpa i tg regionali, la testata gigantesca che devi decidere: o è una tassa esagerata e inevitabile, oppure è il luogo vero del servizio pubblico. E ancora e ancora: scorrendo volti, programmi, Fabio Fazio, Serena Dandini, Corrado Guzzanti e la satira di livello assoluto, Gabanelli e Un posto al sole, lo spazio fisso con l’informazione a mezzanotte cascasse il mondo: il tutto via via mentre cambiavano direttori e la lottizzazione andava sfarinandosi nel quadro politico ormai completamente farinoso. E nel progressivo assestamento nel ruolo di oggetto di riferimento per l’unica frase che riuniva una discreta parte di popolazione televisiva: guardiamo cosa c’è su Rai 3.
Appunto, l’esercizio di memoria nel ricordare i bei tempi è tanto deleterio quanto appagante, come sempre avviene. Spiegarlo a chi c’era è superfluo, spiegarlo a chi non c’era è piuttosto inutile. Rimane una leggera ebbrezza malinconica e quel vanto principale: poter raccontare ad altri di quella storia, quando ci capitò davvero di credere alla televisione e di trovarvi perfino consolazione.