'Così in terra', Don Ciotti, quel sacerdote con la scorta che predica la legalità
Silvia Fumarola , di SILVIA FUMAROLADomenica sera alle 23.20 su Rai 1 il film di Paolo Santolini sulla storia di un uomo che viaggia in direzione ostinata e contraria
Oltre due anni al suo fianco, per filmarlo in occasioni pubbliche e private, osservare i suoi gesti, capire il rapporto forte con le persone che gli vanno incontro, solo per una parola o un abbraccio. Don Luigi Ciotti - dal gruppo Abele all’associazione Libera, fondata nel 1995 - armato di passione civile, gira l’Italia per spiegare come la legalità sia l’unica scelta. Speciale Tg 1 propone domenica 19 aprile su Rai 1 alle 23.20 Così in terra, il film di Paolo Santolini sulla storia di un sacerdote che viaggia in direzione ostinata e contraria. Nella chiesa del suo paese, Pieve di Cadore, circondato dalle montagne che ama, dove si sente veramente libero, a contatto con la natura, predica ai fedeli che "il cristiano autentico è sempre sovversivo. Siate sovversivi!".
Dalla parte degli ultimi, sempre. Con la scorta (vive blindato da 29 anni) al suo fianco, si sposta di notte da nord a sud, sotto la pioggia, e le giornate se…
Dalla parte degli ultimi, sempre. Con la scorta (vive blindato da 29 anni) al suo fianco, si sposta di notte da nord a sud, sotto la pioggia, e le giornate se…
Oltre due anni al suo fianco, per filmarlo in occasioni pubbliche e private, osservare i suoi gesti, capire il rapporto forte con le persone che gli vanno incontro, solo per una parola o un abbraccio. Don Luigi Ciotti - dal gruppo Abele all’associazione Libera, fondata nel 1995 - armato di passione civile, gira l’Italia per spiegare come la legalità sia l’unica scelta. Speciale Tg 1 propone domenica 19 aprile su Rai 1 alle 23.20 Così in terra, il film di Paolo Santolini sulla storia di un sacerdote che viaggia in direzione ostinata e contraria. Nella chiesa del suo paese, Pieve di Cadore, circondato dalle montagne che ama, dove si sente veramente libero, a contatto con la natura, predica ai fedeli che "il cristiano autentico è sempre sovversivo. Siate sovversivi!".
Dalla parte degli ultimi, sempre. Con la scorta (vive blindato da 29 anni) al suo fianco, si sposta di notte da nord a sud, sotto la pioggia, e le giornate sembrano non finire mai. Santolini ha seguito Don Ciotti da Locri a Roma, da Palermo a Torino, da Napoli a Milano, ovunque, dalla baracche alle scuole, tra gli studenti, a cui spiega il valore della memoria. "Va pronunciato il nome di un ragazzo della scorta ucciso, perché il primo diritto di una persona è essere chiamata per nome". Il prete combattente viaggia con due testi sotto braccio: il Vangelo e la Costituzione, i suoi punti di riferimento. E quando predica, va dritto al punto: "Speriamo che Dio ci dia una bella pedata per scuotere le nostre coscienze". L’imperativo è la solidarietà, l’apertura agli altri: "È il noi che vince, il cambiamento non è opera di navigatori solitari".
Instancabile, ascolta e spiega col suo esempio come non bisogna fermarsi mai perché il malaffare s’infiltra ovunque: "Sono da cacciare i mafiosi corrotti, non i migranti", si legge nei suoi appunti. Don Luigi scrive e predica, invita a non voltare le spalle a chi ha più bisogno: "La terza guerra mondiale è quella della finanza e dell’economia che lascia dietro gli ultimi, so che dai vostri balconi vedete chi dorme qui", dice indicando un rustico di cemento diventato ricovero di fortuna. "Chi è povero non è libero”, grida “chi è senza lavoro non è libero: la ‘ndrangheta non ci lascia liberi".
Parole che suonano attualissime in questa emergenza coronavirus in cui la malavita sta cominciando a arruolare chi ha perso il lavoro, offrendo pacchi dono. Quella spesa che troppe famiglie non possono più fare. Don Ciotti è diventato un simbolo, il film racconta un po’ anche l’uomo.
Dalla parte degli ultimi, sempre. Con la scorta (vive blindato da 29 anni) al suo fianco, si sposta di notte da nord a sud, sotto la pioggia, e le giornate sembrano non finire mai. Santolini ha seguito Don Ciotti da Locri a Roma, da Palermo a Torino, da Napoli a Milano, ovunque, dalla baracche alle scuole, tra gli studenti, a cui spiega il valore della memoria. "Va pronunciato il nome di un ragazzo della scorta ucciso, perché il primo diritto di una persona è essere chiamata per nome". Il prete combattente viaggia con due testi sotto braccio: il Vangelo e la Costituzione, i suoi punti di riferimento. E quando predica, va dritto al punto: "Speriamo che Dio ci dia una bella pedata per scuotere le nostre coscienze". L’imperativo è la solidarietà, l’apertura agli altri: "È il noi che vince, il cambiamento non è opera di navigatori solitari".
Instancabile, ascolta e spiega col suo esempio come non bisogna fermarsi mai perché il malaffare s’infiltra ovunque: "Sono da cacciare i mafiosi corrotti, non i migranti", si legge nei suoi appunti. Don Luigi scrive e predica, invita a non voltare le spalle a chi ha più bisogno: "La terza guerra mondiale è quella della finanza e dell’economia che lascia dietro gli ultimi, so che dai vostri balconi vedete chi dorme qui", dice indicando un rustico di cemento diventato ricovero di fortuna. "Chi è povero non è libero”, grida “chi è senza lavoro non è libero: la ‘ndrangheta non ci lascia liberi".
Parole che suonano attualissime in questa emergenza coronavirus in cui la malavita sta cominciando a arruolare chi ha perso il lavoro, offrendo pacchi dono. Quella spesa che troppe famiglie non possono più fare. Don Ciotti è diventato un simbolo, il film racconta un po’ anche l’uomo.