Le famiglie ai fornelli. Da oggi, ogni giovedì alle 21.15 su Sky Uno e NowTv, torna Family Food Fight, il cooking show che vede sfidarsi nuclei familiari composti da gestori di ristoranti, agriturismi o trattorie di tutta Italia. Sette famiglie che arrivano da Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Campania e Calabria saranno giudicate, per il secondo anno, da Lidia e Joe Bastianich, madre e figlio, e da Antonino Cannavacciuolo. Una vera e propria “famiglia allargata” che ospiterà nelle sei puntate del programma anche Costantino Della Gherardesca, The Jackal, e quattro chef provenienti da tutto il mondo che hanno portato le proprie tradizioni culinarie a Milano: l'iraniana Afsaneh Ahmadi, il filippino Dario Guevarra, la russa Evgeniya Lasytchuk e l’eritreo Yonas Tesfamichael Yeshak. “Dopo dodici anni di Masterchef, fare televisione è diventato parte della mia vita”, dice Joe Bastianich, “e mi permette di dare spazio alla mia parte creativa, creando contenuti interessanti, mettendo insieme intrattenimento e cibo”.
In questo caso mette insieme anche alcune famiglie italiane.
“E’ una cosa che mi piace moltissimo, perché sono famiglie ma sono anche colleghi, persone con cui condividi molto. Ed è sempre bello per uno come me entrare in un mondo come quello della Calabria o della Sicilia che sfortunatamente non frequento molto: imparo e conosco molte cose diverse. E poi mi piace il fatto che quello che si sente in questa trasmissione è il sapore del luogo più che il sapore del cibo, si sentono le culture, le tradizioni, i linguaggi, si aprono tante porte”.
C’è anche la sua, di famiglia…
“Stare con mia mamma è ovviamente un piacere, non lavoriamo in questo contesto insieme da tanti anni. E poi significa anche stare due mesi insieme, che non è male. La famiglia è completata da mio fratello adottivo, Cannavacciuolo. Mi piace che lui porti nella trasmissione anche l’aspetto comico. O almeno, per me lo è, non so se lui la pensa allo stesso modo…”.
E’ l’ennesima tappa di un percorso che la porta sempre di più verso l’Italia.
“E’ un onore lavorare in Italia, per me è una seconda casa, non posso immaginare una vita senza l’Italia, senza stare sei mesi all’anno qui”.
Intrattenitore, musicista, ristoratore, autore e conduttore televisivo. Cosa scriverebbe esattamente sul suo biglietto da visita?
“La prima risposta è 'cameriere', è la capacità fondamentale che ho. Alla base sono quello, anche se mi sono inventato tremila cose da fare. In realtà non so cosa rispondere. La ristorazione è stato un lavoro duro, e per molti anni non è stato divertente, è diventato figo negli ultimi anni, ma trent’anni fa era un lavoro da schiavi. Per me quando si è presentata l’opportunità di fare intrattenimento è stata una meraviglia e non volevo farmela scappare. Non è un lavoro, o meglio lo è, ovviamente, prevede fatica e compensi, ma è un modo bellissimo di mettere insieme passioni diverse, non ultima la musica”.
Con un programma nuovo?
“Mi piacerebbe molto riuscire a fare un nuovo format musicale, creare qualcosa di interessante, anche un talk show in cui suonare musica a 360 gradi”.
La musica resta un grande amore?
“Sarebbe bellissimo riuscire a mettere insieme tutte le mie passioni, io ci sto provando in tutti i modi ma ovviamente non è facile, però resta l’obiettivo finale. La musica la faccio, continuo a farla, continuo sempre a scrivere nuove canzoni. E’ un tormento, ma ce la farò”.
E infatti sta per uscire una sua nuova canzone, anzi una sorta di “instant song”, One city man.
“Si, l’ho scritta da pochissimo, ed è dedicata al mio più grande amore, che è New York. E’ un blues rock dedicato alla rinascita della città. Il Covid per molti versi l’ha messa in ginocchio, per me è un paragone con quello che è successo l’11 settembre. Ad aprile e maggio la situazione era molto buia, poi andata anche peggio, perché sono diventate evidenti a tutti le ingiustizie sociali. Il Covid ha mostrato tutte le debolezze della nostra società, tutti erano contro tutti, è aumentata la violenza, la droga, i pericoli e tanta gente è scappata”.
Un paragone con la New York degli anni Settanta?
“In quegli anni era una giungla, non come oggi, ma l’ultima frase della canzone non a caso è ‘bentornati allo zoo’. Io sono cresciuto in quella città, che era più sporca, più pericolosa, ma anche più creativa. Oggi forse è troppo pulita e troppi newyorkesi non possono permettersi di pagare gli affitti che possono pagare solo i ricchi. Quindi la gente l’abbandona, ma io no, voglio combattere per la città e vederla rinascere. Non scommetto contro New York, quindi con un po’ di rabbia ho scritto questa canzone e spero che trovi tanta gente che tifa per una sua rinascita”.