Raccontava che di notte gli succedeva di accendere la tv e scoprire che stava passando un vecchissimo varietà in bianco e nero. Ci volevano alcuni secondi ma poi realizzava: l'ho scritto io. Ed era quasi un ragazzo e lo prendeva un vago senso di panico, chissà che orrore, e poi alla fine: beh, non era malissimo dai.
A Enrico Vaime nelle interviste si chiedevano gli aneddoti storici così come si chiedono i pezzi celebri alle rockstar in concerto. Quel Ferragosto di caldo atroce a Roma e lui ed Ennio Flaiano nel giardino della villetta a picchiare sui tasti della macchina da scrivere per un programma tv e Flaiano si era fatto intrappolare dall'amico e via così: ma poi c'era soprattutto quell'elenco spettacolare di cose scritte in carriera, e ogni italiano che abbia passato i cinquanta ci ritrova la storia sua come destinatario dello spettacolo, televisivo e no, per mezzo secolo e oltre.
Non rimpiangeva i tempi del varietà, soprattutto etichettava come senza senso la nostalgia, quel varietà che non c'è più da anni ("Hanno staccato i fili, va benissimo così"), quell'epoca dell'abbondanza però segnata, spiegava, da un rapporto troppo meccanico tra autori e personaggi: molto meglio oggi, "con Neri Marcorè e Fazio vado a cena volentieri, ai tempi, coi grandi nomi non succedeva".
La fortuna di chi gli è stato vicino e ha potuto seguirlo sul lavoro ("Mi ha insegnato a ridere" ha detto Fazio) non è quantificabile e appunto i fortunati sanno di esserlo stati. E tutte le rievocazioni un po' di maniera - compresa questa - che stanno passando in queste ore lo avrebbero visto pronto al giudizio ironico, ma anche - e questo aveva la priorità - il rispetto sacro e antico per la dignità del lavoro e del mestiere che ha insegnato, senza voler insegnare, a tutti quelli di buona volontà.