Spettacoli

Enrico Vaime, fra radio, tv e teatro un pezzo di storia di tutti noi

Enrico Vaime
Enrico Vaime (ansa)
Un elenco sterminato di cose scritte in carriera. E il grande successo di 'Black-Out' su Radiodue in onda da 40 anni: "Secondo me prima o poi in Rai se ne accorgono e ci chiudono"
2 minuti di lettura

Raccontava che di notte gli succedeva di accendere la tv e scoprire che stava passando un vecchissimo varietà in bianco e nero. Ci volevano alcuni secondi ma poi realizzava: l'ho scritto io. Ed era quasi un ragazzo e lo prendeva un vago senso di panico, chissà che orrore, e poi alla fine: beh, non era malissimo dai.

A Enrico Vaime nelle interviste si chiedevano gli aneddoti storici così come si chiedono i pezzi celebri alle rockstar in concerto. Quel Ferragosto di caldo atroce a Roma e lui ed Ennio Flaiano nel giardino della villetta a picchiare sui tasti della macchina da scrivere per un programma tv e Flaiano si era fatto intrappolare dall'amico e via così: ma poi c'era soprattutto quell'elenco spettacolare di cose scritte in carriera, e ogni italiano che abbia passato i cinquanta ci ritrova la storia sua come destinatario dello spettacolo, televisivo e no, per mezzo secolo e oltre.

La tv, ovvio, Canzonissima - ma anche i Sanremo di Fabio Fazio - però la lacrimuccia è in agguato sulle cose di radio, Gran Varietà, Batto Quattro con Bramieri e la barzelletta alla fine: o l'incredibile Black-Out dei weekend di Radiodue, per quarant'anni senza smettere mai ("Secondo me prima o poi in Rai se ne accorgono e ci chiudono"). Puntate a centinaia che lui introduceva con il leggendario mugugno trasformato in editoriale sempre dedicato ai tempi assurdi, alle mode idem, al Paese "soggiogato dal fascino del topinambur", popolato da persone che ormai parlano "un ottimo inglese ma un pessimo italiano".

Non rimpiangeva i tempi del varietà, soprattutto etichettava come senza senso la nostalgia, quel varietà che non c'è più da anni ("Hanno staccato i fili, va benissimo così"), quell'epoca dell'abbondanza però segnata, spiegava, da un rapporto troppo meccanico tra autori e personaggi: molto meglio oggi, "con Neri Marcorè e Fazio vado a cena volentieri, ai tempi, coi grandi nomi non succedeva".

Impossibile tracciare un filo in una produzione autoriale di quantità spropositata che mai come nel suo caso si abbinava a un livello qualitativo simile, ferma restando la sequenza ininterrotta di testi su testi, per le commedie in teatro, per mille show del sabato in tv, applicando i codici appresi e soprattutto dettati al resto del mondo ai tempi d'oro: quando una tua battuta azzeccata era per dieci-quindici milioni di spettatori e quindi in qualche modo conformava lo spirito del Paese tutto. Per dire, con Italo Terzoli e con Raimondo Vianello che ne era protagonista con Sandra Mondaini, scrisse quella memorabile storia del sabato sera tv (1977) che fu Noi.. No, con l'idea delle scene divise in due, a colori e in bianco e nero, Sandra a fare il varietà e Raimondo la parodia - feroce - dello spettacolo impegnato. Ma l'elenco è appunto impossibile da decodificare: contava che all'opera ci fosse lui, timidezza innata, giudizi sferzanti, ne avevi quasi timore e poi arrivava invece la gentilezza antica dei modi.

La fortuna di chi gli è stato vicino e ha potuto seguirlo sul lavoro ("Mi ha insegnato a ridere" ha detto Fazio) non è quantificabile e appunto i fortunati sanno di esserlo stati. E tutte le rievocazioni un po' di maniera - compresa questa - che stanno passando in queste ore lo avrebbero visto pronto al giudizio ironico, ma anche - e questo aveva la priorità - il rispetto sacro e antico per la dignità del lavoro e del mestiere che ha insegnato, senza voler insegnare, a tutti quelli di buona volontà.