Alessandro Cattelan: "Anche a quarant'anni voglio ancora essere la grappa nel caffè"
di Luigi Bolognini , di Luigi BologniniPer capire davvero Alessandro Cattelan forse bisogna pensare a un dato biografico: a 15 anni fu campione italiano di Ju Jitsu, pratica da combattimento che si può tradurre come “arte della flessibilità”. Un po' come lui, uno che dove lo metti sta, può condurre agevolmente e senza farsi turbare dagli imprevisti un talent, un talk show o inventarsi quel che vuole, come dovrà fare in Rai dall'autunno dopo 10 anni a Sky. «Sa che non ci avevo mai pensato? Ha ragione. Il Ju Jitsu ti insegna a sfruttare quel che ti succede intorno, ritorcere contro l'avversario la forza con cui sei colpito, come una canna di bambù che non si rompe mai. Questo mi è rimasto anche nel lavoro».
Le servirà, in Rai.
«E perché, scusi?».
Per capire davvero Alessandro Cattelan forse bisogna pensare a un dato biografico: a 15 anni fu campione italiano di Ju Jitsu, pratica da combattimento che si può tradurre come “arte della flessibilità”. Un po' come lui, uno che dove lo metti sta, può condurre agevolmente e senza farsi turbare dagli imprevisti un talent, un talk show o inventarsi quel che vuole, come dovrà fare in Rai dall'autunno dopo 10 anni a Sky. «Sa che non ci avevo mai pensato? Ha ragione. Il Ju Jitsu ti insegna a sfruttare quel che ti succede intorno, ritorcere contro l'avversario la forza con cui sei colpito, come una canna di bambù che non si rompe mai. Questo mi è rimasto anche nel lavoro».
Le servirà, in Rai.
«E perché, scusi?».
Perché lei ha lasciato Sky, dove faceva quel che voleva, per infilarsi in un'azienda che ha problemi di bilancio, di identità, di governabilità e di rapporti con la politica. Per non dire del pubblico diverso. Gli imprevisti non le mancheranno.
«Guardi, finora ho trovato un clima di altrettanta libertà che a Sky. La prima chiacchierata coi dirigenti Rai è stata perché andassi lì a fare quel che so fare, senza snaturarmi, e anche proprio a portare in Rai un certo pubblico. E insomma voglio anche mettermi un po' alla prova, magari anche sentirmi un po' scomodo, dopo anni in una comfort zone che che mi ha fatto crescere senza traumi».
C'entra anche il discorso dell'età? Lei è entrato da poco negli “anta”, magari il momento di crescere definitivamente? E la trasmissione che farà in Rai a settembre si chiama Da grande.
«Ho letto cose clamorosamente non vere, tipo un programma generazionale, sulla crisi dei 40 anni...Macché. Io voglio portare quel che so fare, uno show dove si canti, si balli, ci si travesta, ci si diverta, si parli, magari faccia anche sollevare un pensiero. Coi nostri autori diciamo che vogliamo essere come il goccio di grappa nel caffè, che ti rede un minimo alticco e magari ti fa fare qualcosa oltre il solito perché sei tra amici, a tuo agio».
Perché solo due puntate?
«Le stiamo costruendo come eventi, poi chissà».
Sempre in autunno lei sarà bisvalido: su Netflix una docuserie in 8 puntate, Una semplice domanda su una piccolezza come la ricerca della felicità.
«Tutto nasce da una domanda di mia figlia Nina: “Papà, cos'è la felicità?”. Beh non lo so, malgrado abbia le carte in regola per essere felice. E ho cercato di vivere questa domanda attraverso il mio cervello bacato, stiamo cercando storie matte per prendere in modo laterale una delle più grandi domande della storia dell'umanità. Lavorare per due canali diversi? Sa, i contratti di esclusiva sono l'equivalente del posto fisso in banca, insomma la sicurezza economica. Chiuso con Sky ho avuto la gioia di ricevere solo offerte personali, cioè di portare idee in cui fossi me stesso».
Mica male per uno partito con un programma con zero ascolti.
«Parliamo di 20 anni fa, ero ad All Music. Play It secondo l'Auditel non ebbe neanche un telespettatore, ma neppure uno. Ma le giuro che in quella puntata mi ero divertito assai, perché poi alla fine conta il divertirsi».
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E si divertirebbe a Sanremo? Domanda inattesa vero?
«Oh certo, me lo chiedono tutti da cinque anni. E io rispondo sempre che farebbe pochissimi ascolti, perché porterei solo gente che piace a me, tipo Salmo, Fabri fibra, I cani, Madame, ma anche Tozzi e Zucchero. Oppure vorrei farlo come ingranaggio di un meccanismo, avendo con me solo donne, come Antonella Clerici, Sara Gama, Chiara Ferragni. Ma chissà cosa accadrà».
Dopo la vittoria dei Måneskin tutti sui social l'hanno candidata all'Eurovision Festival del 2022.
«Un'unanimità che è stata un onore, qualcosa che mi ha fatto dire che ho lavorato bene Sui Måneskin la vera intuizione è stata di chi li ha mandati a Sanremo. Non pensavo che qualcuno li avrebbe ritenuti buoni per quel palco, vista la tradizione che ha il Festival. Il resto non mi ha sorpreso: sono quelli che li vedi e hanno un passo in più, o anche due».
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Inevitabile domandarle di calcio, essendo lei interista un po' più che lievemente. Quanto si è spaventato per Eriksen?
«Le dico solo che la notte non ho dormito. Spero che stia bene, il calcio viene dopo».
E quanto si è arrabbiato per l'addio di Conte?
«Rassegnato, casomai. Nel senso che noi interisti riusciamo sempre a fare uno sfregio sulla tela anche quando facciamo un capolavoro. Di Conte ero un fan, ho molte aspettative su Inzaghi e comunque non abbiamo ancora venduto nessuno, quindi per ora siamo forti come prima».
Lei prometteva più come giocatore che come conduttore: è stato difensore del Derthona, la squadra della sua Tortona. Potendo scegliere, che carriera avrebbe preferito?
«Scherza? Il calcio! È un mondo con meno pressioni e c'è meritocrazia, puoi far parte di lobby, entourage, partiti, ma se non pedali e sei scarso non giochi».
Perché? In tv come va?
«Diversamente direi, anche se non sono mai stato danneggiato da simili meccanismi. E poi in tv occupi il tempo che la gente ha voglia di buttare via. Certo, a quest'ora, se fossi diventato calciatore avrei già dovuto reinventarmi una vita. In tv, per ricollegarci al discorso di prima, c'è ancora chi mi considera giovane».
Beh insomma, i modi li ha ancora, l'aspetto fisico sempre un po' cuccioloso pure.
«Ma comincio anche ad avere qualche capello bianco, per fortuna il biondo maschera bene».
A proposito di quando era giovane davvero, ce l'ha ancora il cartello di senso unico che da adolescente rubò in una strada di Pavia?
«Si figuri, con un padre carabiniere è durato poco. Però ho ancora la targhetta della porta della mia classe di liceo, la Quinta C, che scardinai l'ultimo giorno di scuola. E per quello rischiai anche di non fare la maturità. Poi mi ammisero e la presi col voto minimo. Ma direi che adesso ho anche la maturità in senso anagrafico. Poi se vogliono ancora definirmi giovane facciano pure, non mi offendo».