✕
(ansa)

“Da grande”, ascolti piccoli: la rivoluzione può attendere

Ascolta l'audio

Risultato poco lusinghiero per il primo dei due appuntamenti su Rai 1. La tv generalista non riesce a disinnescare la propria auto-cannibalizzazione, nemmeno con il 40enne "giovane promessa"
2 minuti di lettura

Come si cambia la vecchia tv? Mica è facile fare la differenza, inventare, sottrarsi al ricatto della ripetizione eterna. Guardate i talk politici: sempre gli stessi ospiti! Che anno è? Che giorno è? È il giorno della marmotta. Guardate i programmi-nostalgia: rievocano il passato per sfiducia nel presente. Pescano negli archivi come in un pozzo di acque miracolose. 

Il problema è che il pozzo si sta prosciugando. Per questo, è già di per sé una buona nuova la partenza, su Rai 1, di un programma inedito. Da grande, condotto da Alessandro Cattelan, domenica sera ha fatto il 12,6% di share. Un flop? No. Sotto le aspettative? Sì. Niente paura: era la «penultima puntata», come ha scherzato lo stesso Cattelan in diretta, consapevole di avere ricevuto un mandato sperimentale a breve termine. Due puntate, per l’appunto. Una prima serata con ospiti senatrici e senatori (Clerici, Conti, Bonolis), attori popol…

Come si cambia la vecchia tv? Mica è facile fare la differenza, inventare, sottrarsi al ricatto della ripetizione eterna. Guardate i talk politici: sempre gli stessi ospiti! Che anno è? Che giorno è? È il giorno della marmotta. Guardate i programmi-nostalgia: rievocano il passato per sfiducia nel presente. Pescano negli archivi come in un pozzo di acque miracolose. 

Il problema è che il pozzo si sta prosciugando. Per questo, è già di per sé una buona nuova la partenza, su Rai 1, di un programma inedito. Da grande, condotto da Alessandro Cattelan, domenica sera ha fatto il 12,6% di share. Un flop? No. Sotto le aspettative? Sì. Niente paura: era la «penultima puntata», come ha scherzato lo stesso Cattelan in diretta, consapevole di avere ricevuto un mandato sperimentale a breve termine. Due puntate, per l’appunto. Una prima serata con ospiti senatrici e senatori (Clerici, Conti, Bonolis), attori popolari in promozione (Argentero) e presenze rassicuranti (Il Volo) impegnate in numeri ludici. L’omaggio di apertura a Nicoletta Orsomando, l’omaggio a Raffaella Carrà con Elodie: è difficile sfuggire ai “migliori anni”, Cattelan lo sa, e si impegna in un ping pong con l’altroieri divertito e, come si diceva nel 900, post-moderno. Cerca di non essere prigioniero del “riuso”, anche se quando ha la Clerici gioca con il programma di cucina della Clerici, quando ha Bonolis gioca con i programmi di Bonolis (congedato bruscamente per ragioni di tempo, con un certo imbarazzo dell’interessato); e con Marco Mengoni mette in scena un impasto fra Affari tuoi e I soliti ignoti. 

L'esibizione di Marco Mengoni a 'Da grande' (ansa)

Ah, la citazione! La televisione generalista, quella del “grande pubblico”, in crisi presunta o effettiva che sia, sembra non riuscire a disinnescare la propria auto-cannibalizzazione. Nemmeno quando ci si mette il quarantenne “giovane promessa” nell’eroico — obiettivamente eroico — tentativo di parlare al coetaneo, al fratello minore, e al nonno di entrambi. La diretta Instagram dal profilo personale sul finale di puntata e un numero da vecchio intramontabile varietà; un po’ modello Pippo Baudo (che a Cattelan rimproverava la scarsa empatia), ma solo un po’, e moltissimo modello Fiorello, l’happening, il canto-ballo, la pseudo-improvvisazione jazzistica, con l’ospite che si presta a fare ciò che altrimenti e altrove non farebbe (il Volo nei panni della band anni 90 o anni 2000).

Il Volo, ospiti dello show (ansa)

Come si cambia la vecchia tv? Per piccoli strappi linguistici: l’inizio di puntata docufiction con un insolito ed efficace Carlo Conti che dà consigli al più giovane; i monologhi ironici che evitano la solita facile solfa dell’“era meglio prima” e indagano i tic del presente, di quello collettivo e di quello individuale (Cattelan qui funziona, quando fa passare la scritta “opinioni da consumarsi entro dicembre 2021”, e aggiunge: «Non accettate opinioni dagli sconosciuti»; o quando ragiona sulla difficoltà di dire la verità nell’età di mezzo). Viene da chiedersi come potrebbe essere Da grande se durasse un po’ meno, se si evitasse l’ospitata promozionale che già è fin troppo tipica di tutte le altre trasmissioni, se con la Clerici non si evocasse La prova del cuoco, se con Bonolis non si evocasse Ciao Darwin, se l’intervista alla Letterman riguadagnasse un po’ di barbarica spericolatezza senza scivolare subito nel cazzeggio (come Cattelan faceva in E poi c’è Cattelan su Sky, rendendosi alternativo al dialogo compiaciuto o gossipparo da talk del pomeriggio). Farebbe anche meno ascolti? 

“Non ve lo meritate Cattelan” s’indigna qualche fan su Twitter. E da quelle parti, come sempre, il dibattito si ingarbuglia: “Una via di mezzo che per accontentare tutti scontenta tutti”, “Aspettate, dategli tempo”, “Non mi è piaciuto ma non l’ho visto”, “C’era la pallavolo, c’era Juve-Milan”, “Se pensate solo allo share, non cambierà mai nulla”. La verità è che non è facile per niente. Glossare, criticare, sì; rompere gli schemi, molto meno: e sì che Cattelan saprebbe farlo, magari a braccetto con quel Lundini evocato a gran voce sui social come potenziale compagno di scorribande nel vecchio mondo con uno sguardo e un piglio differenti. Ma poi — domanda il capostruttura di turno — Lundini è “da Rai 1”, è da prima serata? Boh. E se poi il grosso della platea si piazza davanti a Scherzi a parte, inventato nell’ormai lontano 1992, come si fa ad avere voglia di osare fino in fondo?