La sfida di Stefano Vicario: "Scrivere noir mi libera dalla tv"
di Silvia Fumarola , di Silvia Fumarola«Finalmente sono libero», dice Stefano Vicario, «sulla narrazione in diretta televisiva non posso intervenire, è faticosissimo proprio perché è tutto legato all’atto istantaneo. Quando scrivi un libro lo fai quasi per te, lo vedi per immagini e sei tu che decidi il destino dei personaggi». Da una vita si esprime con la macchina da presa: figlio d’arte (il padre Marco regista, la madre è l’attrice Rossana Podestà) Vicario, 67 anni, è uno dei più importanti registi televisivi — dalle serie (I Cesaroni) al festival di Sanremo ai quiz (Avanti un altro!, L’eredità) alle serate di Roberto Benigni, a Che tempo che fa.
«Finalmente sono libero», dice Stefano Vicario, «sulla narrazione in diretta televisiva non posso intervenire, è faticosissimo proprio perché è tutto legato all’atto istantaneo. Quando scrivi un libro lo fai quasi per te, lo vedi per immagini e sei tu che decidi il destino dei personaggi». Da una vita si esprime con la macchina da presa: figlio d’arte (il padre Marco regista, la madre è l’attrice Rossana Podestà) Vicario, 67 anni, è uno dei più importanti registi televisivi — dalle serie (I Cesaroni) al festival di Sanremo ai quiz (Avanti un altro!, L’eredità) alle serate di Roberto Benigni, a Che tempo che fa.
Ha deciso di scrivere durante il lockdown: «Ho iniziato nel 2020», racconta Vicario, «si è chiuso Sanremo e come tutti sono rimasto due mesi a casa. Mi ha ispirato un episodio avvenuto su Ponte Sisto, pieno di turisti. Un homeless mi ha dato una pacca sulla schiena che mi ha lasciato senza fiato, nessuno lo guardava. Un vero invisibile. Quel gesto di disperazione non l’ha notato nessuno perché la gente distoglie lo sguardo: si è invisibili perché gli altri non vogliono vederti, ma un invisibile nel noir può fare indagini parallele». L’incontro felice con Elisabetta Sgarbi, nella migliore tradizione, è nato dopo uno scontro. «Scritto il libro sono andato a fare il festival di Sanremo 2021, in cui partecipava la band degli Extraliscio. A un certo punto mi arriva una nota: “La manager ti manda queste istruzioni di regia”. Mi sono fatto dare il numero della Sgarbi e gliene ho dette quattro: “Signora, questa è la regia già fatta, ma il regista sono io”. Abbiamo fatto una bella litigata. Dopo l’esibizione del gruppo era contenta. Tempo dopo l’ho chiamata: “Ho scritto un libro, posso mandarglielo?”. Sliding doors. In cinque giorni l’ha letto. È stata fantastica».
Roma è protagonista: dalla stazione Termini alla magia del Gianicolo. «Mi serviva un contrasto tra due mondi», dice il regista-scrittore, «non è infrequente che la strada sia vista come una liberazione: è l’oblio. Quando l’avvocato a casa riapre i cassetti vede cose non gli servirebbero più: in strada serve pochissimo». Tra gli ultimi c’è grande solidarietà e i personaggi chiave sono le donne (dalla magistrata Anna Ungaro a Flora, la homeless cieca che intuisce tutto), che sembrano le uniche a capire. «Le donne sono salvifiche», spiega Vicario, «mi ha divertito scrivere Anna: Andrea è ossessionato, lei è piena di dubbi. Sono convinto che le donne siamo meglio degli uomini, meno velleitarie, più intelligenti. La magistrata si interroga e si forza, sa che la giustizia non è solo la legge. Su questo contrasto vorrei scrivere il secondo libro».