Damiano Michieletto a lezione da Cechov. "Nel suo teatro popolare c'è la foto dei nostri difetti"
di Rodolfo di Giammarco , di Rodolfo di GiammarcoBerlino, Teatro Goldoni di Venezia via tv, Teatro La Fenice di Venezia, Parigi, Mosca, cartellone romano del Teatro dell’Opera a Caracalla… C’è un po’ da perdere la testa, col calendario italiano e internazionale degli impegni 2022 del contessissimo regista 46enne Damiano Michieletto cui avevamo chiesto di rifare il punto sul suo rapporto col teatro, e con Cechov, visto che il 5 febbraio Rai 5 rimette in onda il suo Atti unici comprendente La domanda di matrimonio e L’orso, due perle della drammaturgia breve dell’autore russo.
Partiamo da questi due testi proverbiali e concitati, cui lei s’è dedicato nel 2020 dirigendone la messinscena per le telecamere di Rai 5. Come mai Cechov, e perché proprio tali titoli?
Sono due cavalli di battaglia del teatro popolare, spesso adottati da compagnie amatoriali che pescano qui per garantirsi un bel rapporto diretto col pubblico. A me premeva il fatto che fossero legati a una s…
Berlino, Teatro Goldoni di Venezia via tv, Teatro La Fenice di Venezia, Parigi, Mosca, cartellone romano del Teatro dell’Opera a Caracalla… C’è un po’ da perdere la testa, col calendario italiano e internazionale degli impegni 2022 del contessissimo regista 46enne Damiano Michieletto cui avevamo chiesto di rifare il punto sul suo rapporto col teatro, e con Cechov, visto che il 5 febbraio Rai 5 rimette in onda il suo Atti unici comprendente La domanda di matrimonio e L’orso, due perle della drammaturgia breve dell’autore russo.
Partiamo da questi due testi proverbiali e concitati, cui lei s’è dedicato nel 2020 dirigendone la messinscena per le telecamere di Rai 5. Come mai Cechov, e perché proprio tali titoli?
Sono due cavalli di battaglia del teatro popolare, spesso adottati da compagnie amatoriali che pescano qui per garantirsi un bel rapporto diretto col pubblico. A me premeva il fatto che fossero legati a una stessa dinamica, al meccanismo di un personaggio esterno che entra in una casa e determina uno squilibrio. A subbugli e turbolenze presenti nel repertorio cechoviano Mejerchol’d aveva dedicato il grande spettacolo I 33 svenimenti, e anch’io più in sintesi ho preso in esame le palpitazioni che svettano nei due lavori, individuandone anche le psicologie che si ripetono uguali. Ne ho ricavato un unico racconto con un’identica donna (Petra Valentini) protagonista di entrambe le storie, a distanza di cinque anni, uno scarto di tempo immaginario.
Come è intervenuto, di fatto, sui due copioni di Cechov?
Sia l’uno che l’altro atto unico si basano su controversie in materia di proposte nuziali, con un infarto ipocondriaco dell’uomo al termine de La domanda…. Ho creato una sequenza, ho immaginato che l’apprensivo Lomov (Edoardo Sorgente) alla fine del primo atto unico non sopravviva granché, e ho riservato al domestico (Nicola Stravalaci) un monologo integrativo di 6-7 minuti che, mentre lui prepara un dolce, fa da trait d’union col secondo parapiglia, dove a rivelarsi pretendente con la vedova cavallerizza dell’effimero marito è stavolta un energico creditore (Andrea Pennacchi). Un solo spettacolo in successione, perciò, ambientato sempre in un salotto con fondale di vetro dove troneggia un lungo divano ornato da molti bicchieri sul proscenio perché qui si beve tanto e il padre di lei (Giancarlo Previati) si ubriaca.
Il senso di tutto questo meccanismo di battibecchi e trattative, oggi?
A creare problemi e paradossi umoristici sono i sintomi fragili di tutti. Ognuno ha ferite, ansie, rabbie. Anche l’ultimo uomo-orso ha cicatrici d’amore, ed è scostante perché corazzato. Con la riapertura dei teatri lo Stabile del Veneto pensava a una programmazione dal vivo, ma intanto resta questa traccia tv.
Lei si è formato alla Paolo Grassi di Milano, ha iniziato col teatro ragazzi, ha all’attivo una decina di spettacoli di prosa, ma è stato velocemente assorbito dalla scena lirica italiana ed estera…
Le mie radici venete m’hanno indotto a fare i primi passi con un repertorio teatrale di più immediato riferimento. Ho affrontato La Betìa di Ruzante con una compagnia regionale per l’anniversario dell’autore, e mi sono dedicato molto volentieri alla riscoperta di drammaturghi veneti del primo 900, realizzando Tramonto di Renato Simoni (di cui vorrei fare anche La vedova), Nina non far la stupida di Arturo Rossato e Quando al paese mezzogiorno sona di Eugenio Palmieri. Poi a modo mio, con un personaggio-ventaglio, ho diretto il Ventaglio di Goldoni quando Alessandro Gassman ha diretto lo Stabile, teatro per il quale ho firmato anche L’ispettore generale di Gogol. Quando sono entrato in rapporti con Luca Ronconi, lui m’invitò a seguire le prove del suo Lolita, mi sono spesso confrontato con Luca attraverso scambi di lettere da maestro ad allievo, e proprio mentre provavo Divinas palabras di Valle-Inclán al Piccolo Teatro purtroppo lui è morto.
Reduce adesso da Berlino, il suo vincolo irrequieto con la lingua veneta d’origine e con Goldoni riesce fuori per il debutto del 23 febbraio prossimo a La Fenice di Venezia di “Baruffe” con adattamento-regia suo dalle “Baruffe chiozzotte” e con musica di Giorgio Battistelli…
Al Komische Oper berlinese, luogo speciale dove sono tornato dopo Cendrillon di Massenet inscenata in una scuola da ballo, si replica ancora a febbraio la regia che ho costruito per Orfeo e Euridice di Gluck. Anche in Italia il mio è un ritorno, quello imminente a La Fenice, dove mi sono già occupato di Acquagranda riflettente sull’inondazione di Venezia. Baruffe è un titolo goldoniano giusto, corale, fisico, di massa, con coro di personaggi di Chioggia partecipe e potente anche in un prologo fuori testo, con racconto declinato come una composizione contemporanea, con libretto asciutto ma denso di ingredienti operistici, e con lingua veneta e sovratitoli italiani e inglesi. Visivamente i costumi sono d’un Settecento sporco, sudato e sofferente, dotato di carnalità, di sassi e di bastoni, in un impianto di pareti di legno usurato, con fumo e nebbia prodotti da grandi ventilatori, un effetto ottico che ho ricavato da storici suggerimenti di Svoboda. Non senza una componente comica.
E lo scenario delle sue altre imprese di quest’anno?
Al Théâtre des Champs-Elysées di Parigi m’occuperò a maggio del Giulio Cesare in Egitto di Händel, al Bolshoi di Mosca mi misuro con L’angelo di fuoco di Prokofiev, e a Caracalla, per il Teatro dell’Opera, battezzerò l’1 luglio Mass di Leonard Bernstein, un pezzo di teatro per cantanti, musicisti e ballerini, con Diego Matheuz direttore d’orchestra. Non vedo l’ora di avere a che fare nuovamente con un film-opera, dopo Gianni Schicchi tratto da Puccini-Forzano e realizzato con Genoma in terra di Siena con orchestra bolognese, e dopo Rigoletto che testimoniava il primo compito in campo aperto al Circo Massimo per il Teatro dell’Opera, con visibilità assicurata da RaiPlay.