Spettacoli

Il grande teatro in tv: Capolicchio, De Filippo e Pagliai nella topaia di Harold Pinter

Il grande teatro in tv: Capolicchio, De Filippo e Pagliai nella topaia di Harold Pinter
Venerdì 3 giugno su Rai 5 'Il guardiano', andato in onda nel 1977: l'ovest di Londra sostituito da una stanzaccia della periferia di Milano
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Potete pensare a Peppino De Filippo, Lino Capolicchio e Ugo Pagliai tutti straordinariamente assieme in un’impresa di inquieta drammaturgia moderna del secondo Novecento? Immaginereste tre artisti così differenti e così popolari alle prese col testo capolavoro Il guardiano di Harold Pinter del 1960, di cui l’autore autorizzò al regista-adattatore della Rai Edmo Fenoglio un’edizione con ambiente e nomi italiani al posto di sfondo e identità inglesi? E’ Rai 5 ad annunciare per venerdì 3 giugno la messa in onda di questo raro e tuttora nitido spettacolo che la Rete 2 trasmise il 21 gennaio 1977, dove l’ovest di Londra era sostituito da una stanzaccia della periferia di Milano, dove Peppino era “un vecchio”, Pagliai “un uomo”, e Capolicchio “un giovane”, e dove De Filippo, l’ex Pappagone del 1966, era un anziano barbone che si fa chiamare Pasquale Scognamiglio anziché Ciro Ruotolo, e parla con cadenze napoletane, e dice parolacce, mentre Capolicchio e Pagliai sono i due fratelli che in modo ben strano ospitano questo (paterno?) homeless meridionale nella loro incasinata topaia. 

Fate attenzione all’imperdibile, avvincente e spaesante catalogo umano che Pinter battezza per i due consanguinei circa-trentenni che danno un tetto al maturo clochard. La figura interpretata da un Capolicchio con giubbetto in pelle e capelli lunghi, che in origine era Mick (nei cui panni recitò pure l’autore per sostituire Alan Bates), è apparentemente quella di uno scombinato, di un mestatore, di un capriccioso, di un burlone, di un folle che però ha intuito nei rapporti, uno che tutela il fratello maggiore, e che a suo modo accetta la solidarietà da lui espressa per primo al vissuto vagabondo. E Capolicchio ci mette lo slancio nevrotico, la faccia tosta, la tenerezza dura che gli conoscevamo bene, a cui abbiamo ripensato proprio di recente.

Il ruolo impersonato da Pagliai, che nel copione originario era Aston, resta più introverso e sfumato, con echi d’una malattia dostoevskijana di dentro nel suo profilo più borghese, più taciturno, più frugale e più accogliente che nasconde trascorsi repressi in una clinica psichiatrica: sarà lui stesso a dipanarne i ricordi davanti allo sconosciuto nuovo coinquilino. Quest’altra anima imperscrutabile e ipocondriaca di Pinter, questo lato oscuro e ingestibile dell’uomo, questo mistero non normodotato della specie è, nel Guardiano, un soggetto calmo che sfugge all’amicizia, alla fraternità, alla socievolezza. Pagliai ne è esempio di un primordiale temperamento, più laconico di quello suo odierno, dove si incontrano Beckett e Camus.

E poi c’è Peppino De Filippo, che dimostra qui doti mai sfoggiate nella sua lunga parabola tragicomica, che è davvero drammatico, davvero senile, davvero disperato, davvero arrabbiato, davvero impotente, e che da buon partenopeo ce l’ha spesso con calabresi e siciliani, che in mezzo a pile di giornali e a un trovarobato di misere cose è capace di goffe posture da pugilato domestico, è pronto a maneggiare un innocuo serramanico, rivendicando la dignità di sopravvivere tra quelle mura e su quel letto, pietendo senza far ridere, minacciando senza averne alcun umoristico diritto. Un Peppino mai visto, che tocca nostri sentimenti imprevisti, che non vende moneta comica, un Peppino che si rende, a pari livello dei suoi due compagni di scena, un grandissimo attore. Come lo vedessimo e lo sentissimo oggi. E questo Guardiano televisivo di Pinter con magnifiche immagini è di quarantacinque anni fa.