La differenza a Sanremo la fanno i diritti negati e Morandi, Al Bano, Ranieri
di Ernesto Assante , di Ernesto AssanteSerata numero Due, per il super festival 2023 di Amadeus. Che invece di porsi il problema di come superare gli ascolti record della prima serata, ha impostato la puntata senza i fuochi d’artificio del giorno prima, sicuro che una volta salpata la nave, il Festival si possa permettere anche di aprire con la canzone in gara di un giovane sconosciuto ai più come Will.
Ma se proprio dobbiamo dire cosa è stato bello, davvero, della puntata di ieri, dobbiamo parlare d’altro, anche se il tema è sempre la musica. Quella vietata, innanzitutto, dal regime degli ayathollah iraniani, che hanno in odio “amore, sesso e libertà”, come ha detto Pegah Moshir Pour, 31 anni, attivista per i diritti umani in prima linea ne…
Serata numero Due, per il super festival 2023 di Amadeus. Che invece di porsi il problema di come superare gli ascolti record della prima serata, ha impostato la puntata senza i fuochi d’artificio del giorno prima, sicuro che una volta salpata la nave, il Festival si possa permettere anche di aprire con la canzone in gara di un giovane sconosciuto ai più come Will.
Ma se proprio dobbiamo dire cosa è stato bello, davvero, della puntata di ieri, dobbiamo parlare d’altro, anche se il tema è sempre la musica. Quella vietata, innanzitutto, dal regime degli ayathollah iraniani, che hanno in odio “amore, sesso e libertà”, come ha detto Pegah Moshir Pour, 31 anni, attivista per i diritti umani in prima linea nelle proteste internazionali che sono esplose dopo la morte di Mahsa Jina Amini. Con buona pace di Salvini, che pensa che le canzoni debbano essere solo canzoni, e che Sanremo debba occuparsi solo di sole, cuore e amore, Pegah ci ha ricordato che ci sono paesi come l’Iran, in cui non si può cantare nemmeno questo. E che proprio da un palco popolare come quello di Sanremo il messaggio della cultura e della libertà, dell’amore e della solidarietà, il messaggio della lotta contro la repressione, va lanciato. Per sperare che in qualche modo che arrivi non solo al pubblico italiano, ma anche a chi quella lotta la pratica, con dolore, sofferenza, sforzi, tutti i giorni, soprattutto in Iran. Ma Pegah ci ha ricordato, soprattutto, che le canzoni sono importanti, sempre.
Ce lo hanno ricordato, a loro modo, anche Morandi, Ranieri e Al Bano. Importanti in un modo diverso, ma non meno fondamentale. I tre, in pochi minuti, spazzano via una buona parte dei cantanti in gara, e non poteva essere diversamente. Perché hanno storia, repertorio, voce, professionalità, persino la simpatia che gran parte dei più giovani, ovviamente non possono avere. Non c’è gara, ed è evidente a tutti che i ‘monumentali’ interpreti della canzone popolare italiana vanno trattati come monumenti, protetti come tali, mostrati come tali.
Sanremo 2023 gli dà la centralità che meritano e Morandi, Ranieri e Al Bano se la prendono, inseguendosi con un successo dopo l’altro, mentre la gente canta in coro. E non importa se c’è chi ama uno o un altro, i tre sono una sola squadra, quella della musica com’era e come non sarà più, ma anche della musica che nelle loro mani è ancora viva, commovente, divertente, potente. Sono bravi e coinvolgenti e offrono un numero che non ha eguali, perché ribadisce che se anche i cantautori hanno cambiato le regole, anche se i rapper le hanno demolite, anche se tutto è cambiato, loro sono ancora qui, come il Colosseo, il Maschio Angioino e il Duomo, senza i quali, alla fine, noi non potremmo essere quello che siamo. E quando Ranieri attacca Perdere l’amore è impossibile resistere.
Che cosa magica che è la canzone, che perfetto oggetto di vita e memoria, di passione e condivisione, è qualcosa che fa parte della nostra vita anche al di la delle nostre scelte, persino canzoni che non abbiamo amato o cantato sono, in qualche assurda maniera, parte di noi. Sto dicendo che anche Felicità di Al Bano è parte del nostro Dna? Ma si, in fin dei conti è così, anche se non ci piace, anche se il nostro Dna è fatto di beat, rock, psichedelia. Ed è giusto riconoscerlo. Poi è evidente che se parliamo di altro, non di minimo comun denominatore degli italiani, possiamo ammettere senza difficoltà che i tre non sono uguali l’uno all’altro, che Ranieri gioca in un campionato diverso da quello di Morandi, il quale gioca in un campionato differente da quello di Al Bano. E tutti e tre, messi insieme, rappresentano un modo di intendere la musica che per quanto oggi sia fuori moda, è ancora profondamente legato alle nostre vite e alle nostre storie. Magari chi è nato negli anni Duemila del SuperTrio non sa niente e vive beatamente così, ma Sanremo a questo serve, a celebrare la nostra contemporaneità, con 28 canzoni nuove, ma anche a ricordare la nostra storia, bella o brutta che sia. E a cantare finalmente Umberto Bindi, sperando che tutti, anche a casa, abbiano intonato le note de Il nostro concerto, un vero capolavoro della canzone italiana.
Torniamo alle canzoni? In realtà non c’è da ‘tornare’ alle canzoni, perché nulla è andato fuori tema, a ben guardare, di certo non Pegah Moshir Pour e nemmeno Francesca Fagnani, che ha parlato dei ragazzi che hanno sbagliato, vivono il carcere e dovrebbero avere di nuovo un futuro. Perché se è vero che le canzoni parlano di vita, la vita è anche questa. Di certo non è andato fuori tema Tananai, che ha nascosto una canzone per la pace, una canzone che parla dell’amore a distanza tra due ragazzi ucraini divisi dalla guerra, in una canzone d’amore apparentemente ‘normale’.
Non va fuori tema Fedez, che prendendo alla lettera l’articolo 21 della Costituzione, che recita “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, ha rappato quello che voleva, prendendosela tra gli altri con il vice ministro Galeazzo Bignami e con il Codacons, parlando di sé e prendendosi la responsabilità di ogni parola, com’è normale per ogni artista. Forse fuori tema era Angelo Duro, che non è per il pubblico del prime time ma per quello dell’una di notte, ma nell’ecumenico festival di Amadeus, dove c’è spazio veramente per tutto, è stata una presenza piacevolmente sorprendente. E i cantanti? Lazza ha fatto davvero bella figura, i Modà, che certamente non sono la nostra ‘cup of tea’ hanno messo in scena bene la loro verità, Colapesce e Dimartino si sono ampiamente confermati con la loro ironia, tante donne si sono prese con sicurezza la scena, Giorgia, Shari, Levante, Madame, insomma una serata di musica senza niente di travolgente ma con un livello medio accettabile. Che è già molto considerando che in due serate abbiamo ascoltato 28 canzoni nuove e che è impossibile che arrivino tutte insieme (in natura non è mai successo) 28 canzoni buone. Ma neanche 18. Già trovarne 8 sarebbe un miracolo. Quindi accontentiamoci di quello che c’è. Colapesce e Dimartino chiudono in testa la classifica di tappa, mentre al comando nella classifica generale c’è ancora Marco Mengoni e all’ ultimo posto c’è Sethu, ma non c’è particolare tensione a dire il vero, la gara non è così avvincente. Staremo a vedere.