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Così ‘Drive In’ diventò un laboratorio per la nuova comicità italiana

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Talmente ricco e pieno di cose che diventò anche contenitore per ogni tipo di polemica
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Se a Mediaset avessero il loro Techetechetè le gag di Drive In occuperebbero tre quarti dello spazio e succederebbe per vantarsene parecchio. Non si sa quanto spazio avrebbe il Bagaglino – quando si rievoca la creatura molto milanese di Antonio Ricci è meglio ricordarsi sempre di cosa veniva contrapposto dalla Capitale. Era talmente ricco e anzi strapieno di cose, il Drive In, che diventò anche perfetto per contenere nel tempo tutte le polemiche possibili. Con risultati diciamo inapprezzabili – quando gli autori dicono, scherzando, che chi attacca l’esuberanza del programma in realtà lo confonde con Colpo Grosso c’è caso che non abbiano tutti i torti.

Collettore del meglio, e non solo, della comicità dirompente di autori non solo del giro milanese – Gianfranco D’Angelo compariva in scena all’inizio, andava di monologo ed erano cose scritte da Enrico Vaime – il Drive In impiegò abbastanza poco a diventare visione obbligata per chi, in anni strapieni anch’essi, voleva sentirsi dalla par…

Se a Mediaset avessero il loro Techetechetè le gag di Drive In occuperebbero tre quarti dello spazio e succederebbe per vantarsene parecchio. Non si sa quanto spazio avrebbe il Bagaglino – quando si rievoca la creatura molto milanese di Antonio Ricci è meglio ricordarsi sempre di cosa veniva contrapposto dalla Capitale. Era talmente ricco e anzi strapieno di cose, il Drive In, che diventò anche perfetto per contenere nel tempo tutte le polemiche possibili. Con risultati diciamo inapprezzabili – quando gli autori dicono, scherzando, che chi attacca l’esuberanza del programma in realtà lo confonde con Colpo Grosso c’è caso che non abbiano tutti i torti.

Collettore del meglio, e non solo, della comicità dirompente di autori non solo del giro milanese – Gianfranco D’Angelo compariva in scena all’inizio, andava di monologo ed erano cose scritte da Enrico Vaime – il Drive In impiegò abbastanza poco a diventare visione obbligata per chi, in anni strapieni anch’essi, voleva sentirsi dalla parte più piena e divertente del presente. Gino&Michele pochi giorni fa hanno partecipato alla rievocazione dei 35 anni di Striscia e dei 40 di Drive In, con loro la Gialappa’s e, volendo, chi ha memoria ricorda programmi collaterali di livello impensabile, vedi Lupo Solitario – ma anche l’Emilio che proseguì la storia del Drive In non era certo un prodotto di risulta, anzi. Poi certo, le pin-up, l’americanismo spinto, il ritmo infernale di tutto quanto, perfettamente calato nel tempo come ognuno sa e come si ripete alla noia.

Materiale per pensose analisi, ma se chiedete a qualche reduce di allora, il vanto principale che niente è riuscito a scalfire sta nel fatto, per esempio, che ancora 40 anni dopo se in un qualunque consesso di gente diciamo adulta si va a parlare di quadri orribili e di nessun valore, tutti gli altri esclamano in coro “Teomondo Scrofalo” e ridono spensierati come allora. Più o meno.

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