«Sopravvivo, mi adatto e non scappo» dice l’ex politico Amedeo Cinaglia, l’ex uomo di sinistra che portava le Clarks, prendeva l’autobus e nella Roma che si spartiva affari e appalti, era perbene. Oggi c’è lui al posto di Samurai in Suburraeterna — (presentata in anteprima alla Festa del cinema di Roma e il 2 novembre al Lucca Comics and Games, dal 14 novembre su Netflix) che continua a raccontare l’anima nera della capitale, il mondo di mezzo, la Chiesa, i complotti per spartire la torta dello stadio da costruire (e fa una certa impressione, mentre si è conclusa l’inchiesta sullo stadio della Roma e i magistrati chiedono condanne a oltre cento anni di reclusione).
'Suburraeterna', la clip in esclusiva
«Sopravvivo, mi adatto e non scappo» dice l’ex politico Amedeo Cinaglia, l’ex uomo di sinistra che portava le Clarks, prendeva l’autobus e nella Roma che si spartiva affari e appalti, era perbene. Oggi c’è lui al posto di Samurai in Suburraeterna — (presentata in anteprima alla Festa del cinema di Roma e il 2 novembre al Lucca Comics and Games, dal 14 novembre su Netflix) che continua a raccontare l’anima nera della capitale, il mondo di mezzo, la Chiesa, i complotti per spartire la torta dello stadio da costruire (e fa una certa impressione, mentre si è conclusa l’inchiesta sullo stadio della Roma e i magistrati chiedono condanne a oltre cento anni di reclusione).
'Suburraeterna', la clip in esclusiva
Gina Gardini è la showrunner della serie tratta dal libro Suburra (Einaudi) di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo — che curano anche lo story editing; nel 2015 è diventato un film con la regia di Stefano Sollima; poi le tre stagioni della saga, ma Roma offre spunti infiniti e gli otto episodi di Suburraeterna (i primi quattro diretti da Ciro D’Emilio, gli altri da Alessandro Tonda) ci riportano nella capitale nel 2011. Il governo rischia di cadere, il Vaticano è in crisi e le piazze sono in fiamme. Nel mondo di mezzo Cinaglia (Filippo Nigro) si muove come un re: con la sua cooperativa si occupa di manutenzione delle strade e delle aree verdi. Copertura perfetta per i suoi traffici, col dossier di Samurai ha ricattato tutta la città.
Insieme a Badali (Emmanuele Aita), gestisce gli affari criminali, Adelaide (Paola Sotgiu) e Angelica (Carlotta Antonelli), sono rimaste a capo degli Anacleti, e Nadia (Federica Sabatini) le aiuta a gestire le piazze di Ostia. Da Berlino, dove vive con il compagno, Spadino (Giacomo Ferrara) torna a Roma. Deve evitare che la famiglia cada in disgrazia e cercare nuovi alleati. Attore sensibile, ha interpretato uomini fragili (La finestra di fronte) e violenti (ACAB).
Col ruolo di Cinaglia si sdoppia: da criminale a padre amorevole.
«Sono passati sei anni e ho finito per innamorarmi del personaggio. Con tutti i suoi risvolti mostruosi, dal punto di vista morale è attuale. Non è neanche più un politico, nel suo modo cinagliesco di intendere l’esistenza, è diventato la persona che era dentro; in un flashback dà un pugno al professore».
Ma vuole solo il potere?
«In lui c’è un lato oscuro, tenuto nascosto, quasi letterario. Ci sono mille esempi di persone nate in famiglie perbene che hanno fatto cose mostruose. Ha compiuto un atto orribile — ha ucciso la moglie — che ha rimosso. Ma i figli sono sempre un’entità a parte, è protettivo».
Ha detto che si è ispirato a John Turturro in “The night of”.
«Quel personaggio portava i sandali, aveva un problema ai piedi. La scrittura di Cinaglia è stata sofferta, con Daniele Cesarano ci siamo interrogati, dovevamo dargli una partenza diversa: prende l’autobus e da lì è nata l’idea delle scarpe, la spinta al cambiamento che deve avere. In fondo è un uomo di gomma, diventa un corrotto, ha un’anima nera».
La colpisce come Suburra racconti la Roma del malaffare che leggiamo sui giornali?
«Sono nato a Roma e vivo qui, amo la mia città. Adesso c’è il Giubileo, nella serie prima di questa c’era il Giubileo. Ora siamo paralizzati, non riusciamo a muoverci, mi fa effetto che la realtà superi la fantasia. Il successo della serie è legato al fatto che è un ritratto verosimile di Roma».
Si divide tra cinema, tv e teatro: com’è cambiata la serialità?
«Io vengo da Ris, aveva 8 milioni di spettatori. Era quasi una infamia girare una serie. Anche se era una signora fiction, dopo le prime due stagioni me andai. Ci pensai anche un po’. La serialità è cambiata per quel che riguarda la scrittura, certe cose, all’ora di cena, non si potevano dire: “La gente che ti segue mangia la pasta”. Oggi colpisce come la profondità venga più dalla serialità che dal cinema».
Sono passati vent’anni da “La finestra di fronte”, che ricordi ha?
«Raccontava il primo precario, una persona buona, senza ambizione, come se ne incontrano tante. Ferzan Ozpetek, come al solito, arriva in anticipo. Dopo quel film, ai casting, mi offrivano solo uomini cornificati».
Ora è in teatro con “Every brilliant thing” di Duncan Macmillan.
«Mi dà una soddisfazione inimmaginabile. Mi piace l’idea di essere vulnerabile, vado in scena a luci accese, e improvviso».
Interpreta un adulto bambino: come era da piccolo?
«Particolare. Conservo un certificato del professor Bollea da cui mi portarono all’età di 5 anni: ero timido ma impulsivo. C’è scritto: “Lasciarlo usare la mano che vuole, bicicletta pallone, padre”. Papà c’era poco, viaggiava per lavoro, è stato uno dei primi rappresentanti della moda, portò Dior In italia. Ricordo quando andavo negli showroom con lui».
La passione per la recitazione come nasce?
«Uscito dal liceo Tasso ho fatto il Centro sperimentale, ma non avevo il fuoco sacro. Ero curioso, papà mi portò a Londra a vedere Jesus Christ superstar ma pure le corse dei cavalli. Amavo il cinema, frequentavo il Centro con paura, un po’ mi vergognavo di ammettere a me stesso che volevo fare l’attore. Intanto studiavo Storia Medioevale all’Università. Sono fortunato. Non ho una biografia hardcore: vengo da una famiglia super unita, gentile. Papà bussava alla porta della mia stanza prima di entrare. Non posso lamentarmi».