Pietro Sermonti il seduttore: “Il piacere femminile è più divertente di Boris”
di Chiara UgoliniPietro Sermonti - parrucca, baffi e gilet da veterinario austriaco - è Alfonso, quarantenne innamorato della moglie (d’altronde è Ambra Angiolini), ascolta podcast femministi e ha letto molti libri sul tema ma ha un irrisolto con il femminile da quando la mamma (è Stefania Sandrelli) lo ha lasciato, bambino, in cerca della sua libertà. Quando scopre contemporaneamente che la moglie ha una tresca con l’analista di coppia (è Asia Argento) e che il padre (Christian De Sica) più che un seduttore incallito è un vero gigolò, il mondo gli crolla addosso. Da lì parte per un viaggio alla scoperta dell’infinito mondo del piacere femminile. Gigolò per caso è la serie di Natale di Primevideo (dal 21 dicembre) diretta da Eros Puglielli (già regista di Io sono Lillo), una teoria di guest star femminili: da Gloria Guida a Isabella Ferrari, da Virginia Raffaele alla giovane Giorgia Arena. Alfonso diventerà a sua volta gigolò per sostituire il padre in congedo dopo un infarto e incontrerà ogni tipo di…
Pietro Sermonti - parrucca, baffi e gilet da veterinario austriaco - è Alfonso, quarantenne innamorato della moglie (d’altronde è Ambra Angiolini), ascolta podcast femministi e ha letto molti libri sul tema ma ha un irrisolto con il femminile da quando la mamma (è Stefania Sandrelli) lo ha lasciato, bambino, in cerca della sua libertà. Quando scopre contemporaneamente che la moglie ha una tresca con l’analista di coppia (è Asia Argento) e che il padre (Christian De Sica) più che un seduttore incallito è un vero gigolò, il mondo gli crolla addosso. Da lì parte per un viaggio alla scoperta dell’infinito mondo del piacere femminile. Gigolò per caso è la serie di Natale di Primevideo (dal 21 dicembre) diretta da Eros Puglielli (già regista di Io sono Lillo), una teoria di guest star femminili: da Gloria Guida a Isabella Ferrari, da Virginia Raffaele alla giovane Giorgia Arena. Alfonso diventerà a sua volta gigolò per sostituire il padre in congedo dopo un infarto e incontrerà ogni tipo di donna e di desiderio.
Gigolò per caso arriva al momento giusto. Parla con grande leggerezza di desiderio femminile, di modelli larghi di famiglia, della libertà di trovare il proprio stile di vita e anche di sessualità.
“È vero non c’è in questo racconto una famiglia ‘normale’, ammesso che questo valga qualcosa e la normalità sia un’ambizione individuale e sociale. È una serie che parla del desiderio e della libertà del desiderio perché le clienti di Alfonso hanno le loro vite, le loro passioni, in un momento di incipriato oscurantismo sui temi dell’affetto, dell’amore, della famiglia, basti pensare all’ultima polemica su chi dovesse comporre la commissione che doveva decidere cosa si doveva insegnare nelle scuole in tema di educazione alle relazioni. Non c’è un unico modello di famiglia che viene da libri sacri in questo nostro racconto, ci sono variazioni sul tema. Grazie a Dio... che è un paradosso per chi rifugge”.
Era in piazza contro la Violenza sulle donne il 25 novembre.
“La storia di Giulia, le parole del padre, della sorella mi hanno colpito. Credo che sia successo qualcosa anche se poi femminicidi ne continuano ad accadere. Il 25 novembre sono andato alla manifestazione con amici che non hanno mai fatto una manifestazione in vita loro, era pieno di bambini, mi hanno rattristato il giorno dopo le polemiche dei Pro Life, sentire una ministra (Roccella, ndr.) dire ‘è stata persa un’occasione’ non essendoci stata. Io frequento piazze da trent’anni e quel tipo di vibrazione non l’avevo mai sentita. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere noi tutti maschi di essere stati minacciosi, certo che dire stronza o dare una coltellata sono cose molto diverse però non bisogna autoassolversi dicendo ‘io sono un signore, non lo farei mai’. È importante parlarne ai ragazzi, alle ragazze, spiegare che la violenza non è solo il cazzotto ma anche decidere chi puoi vedere e chi no, decidere dove vai, come ti vesti”.
Alfonso è un uomo che è pronto a mettersi in gioco, ascolta podcast femministi, ma ha un irrisolto col femminile, come dice il suo padre spirituale, per via del trauma con la mamma.
"La nostra è la versione italiana di una serie francese immaginata da Jean Dujardin (Alphonse, ndr) che è uno dei miei idoli dal tempo di Un gars, une fille. In più il protagonista si chiama Alfonso come mio nonno e poi il viaggio che quest’uomo anchilosato fa, un uomo gentilissimo ma irrisolto perché ha cercato di colmare il vuoto e il dolore per l’assenza della figura materna e anche la rabbia contro il padre, perché imputa a suo padre il fatto che la mamma se n’è andata, con la lettura dei libri femministi che ha scritto la madre. Ha introiettato delle cose con la testa ma non con il corpo, lei fa un viaggio che parte dal cervello e arriva al corpo non soltanto ritrovando la fiducia in sé perché prova piacere nel dare piacere. Che è la ragione per cui si sta al mondo”.
Una delle cose più divertenti sono i personaggi che Alfonso è disposto a interpretare per le sue clienti, dal Baffo della morte per Gloria Guida a Brando, il papà perfetto per la vicina di casa mamma single.
“Infatti lui è uno gigolò, ma offre un servizio che va molto al di là delle prestazioni sessuali, è uno che diventa attore. Si diverte nel farlo, il fatto di rendere felice una donna di settant’anni, travestendosi come fa nell’episodio del Baffo della morte, da attore è stato bellissimo e come personaggio te lo fa amare. Il gioco dei ruoli e dei personaggi è… Boris”.
Nel film di Maccio Capatonda Il migliore dei mondi, interpreta il fratello sempre pronto a fare la rivoluzione, un film che è un interessante riflessione sul nostro rapporto con la tecnologia. Lei non ha i social e non è molto tecnologico.
“I miei amici mi chiamano Fred Flintstones, ma non ho un atteggiamento luddista anche se devo dire che temo la polizia morale del web, mi sbalordisce l’impatto che ha sulla vita delle persone perché evidentemente io sono di un’altra generazione, i casi di revenge porn per me sono incomprensibili. Una ragazza lascia un ragazzo e lui per vendicarsi pubblica il video in cui fanno all’amore, è talmente evidente che lui è una merda e che lei non ha fatto niente di male ma lei invece arriva a pensare di suicidarsi. Quella roba mi sconvolge perché capisco che non capisco. Quel moralismo lì, quel ‘vannacciume’ mi lascia sconvolto. Quindi Instagram a settant’anni e Tinder a ottanta”.
Voleva fare il calciatore, ha giocato anche nelle giovanili della Juventus ed è finito a fare l’attore. Però racconta che il campo da calcio è stata la sua scuola di recitazione.
“A me il calcio ha salvato la vita, io ero Harold di Harold e Maude… ero veramente un tipo strano, sinistro. Ero lungo, lungo, secco come un chiodo, con le occhiaie, sempre cupo mentre quando giocavo non avevo paura di niente, sapevo chi ero. La vita è una caccia al tesoro dell’identità. C’è una grande analogia tra il calcio e il teatro: il primo e il secondo atto di uno spettacolo e di una partita, le prove che sono gli allenamenti. Il calcio mi ha insegnato a stare al mondo e a stare con gli altri. Un mese e mezzo fa ho sognato il mio epitaffio: non tirò mai in porta con un compagno piazzato meglio di lui. È la sintesi migliore della mia vita, in campo ho imparato a avere senso del gruppo e chiarezza dell’obiettivo. Il pazzo del mio presidente, un marxista folle, teorizzava su calcio e sesso. Sosteneva che i difensori possono fare l’amore fino a venerdì perché ciò che conta per loro è che la palla non vada dentro mentre gli attaccanti devono astenersi dal mercoledì perché devono conservare il desiderio”.
Nel 2001 era a New York a studiare regia, com’è che poi è diventato attore?
“Colpa di Bin Laden. Io sono stato a New York fino al 7 settembre e sarei dovuto tornare. Ero tornato a Roma per fare uno spettacolo teatrale a Benevento, io l’11 sera sono andato in scena. Io da pavido dopo aver visto quelle immagini non volevo fare lo spettacolo ma poi l’abbiamo fatto ed è stata una delle esperienze più forti della mia vita. Studiavo in America regia e volevo fare l’autore poi sono riuscito a trasformare il mio successo d’attore in un alibi per non prendermi le responsabilità di diventare regista. Un’opera prima che fatica, poi ho visto il successo del film di Paola Cortellesi che è stata una vera gioia”.
Il successo d’attore è arrivato presto con Un medico in famiglia. Lei non aveva neanche la televisione.
“La televisione l’avevo perché vedevo i film in videocassetta e dvd ma non avevo l’antenna, infatti per le partite andavo al bar. Per me entrare nel cast di Un medico in famiglia è stato un terremoto perché vivevo in un altro mondo, non sapevo niente di tv, ci avvicinavamo al G8, era un momento di grande impegno politico, è successo per caso. Io non uscivo molto, ma improvvisamente mi sono ritrovato che non potevo più uscire di casa. La popolarità è una cosa bella ma anche impegnativa perché quando tutti sanno chi sei non sai più tu chi sei. Ancora oggi mi capita di incontrare delle persone, per lo più donne trentenni del sud, anche alla manifestazione del 25 novembre ne ho incontrate tre, che mi dicono che hanno scelto medicina per il dottor Zanin. Mi dicono ‘ti seguo da quando avevi i capelli e se ho fatto il dottore è colpa tua’. Sono soddisfazioni”.
Però poi dopo due stagioni ha chiesto di far morire il suo personaggio.
“Non ho chiesto di farlo morire però ho detto che non volevo più farlo anche se è stata una palestra straordinaria, lavoravo con Banfi che ha fatto la storia della rivista, Lunetta Savino, Milena Vukotic, attrice di Bunuel, di Fellini, di Tarkovskij, Paolo Sassanelli, Edoardo Leo, Stefano Fresi. Però avevamo già iniziato Boris, le due cose non si potevano conciliare. Quando ho detto basta ci fu un dirigente che mi disse ‘ma tu sei un attore Rai’ e io gli risposi cos’è, il futuro del verbo attorare? Attorerò, attorerai, attoreremo…”
Il passaggio dal dottor Zanin a Stanis La Rochelle è stata una presa in giro di quel mondo.
"Sì perché nella puntata pilota di Boris Stanis era un prete giocoliere e io ho detto ‘ragazzi ho fatto Un medico in famiglia, prendiamoci per il culo fino in fondo’. Ognuno, loro come autori e tutti noi attori, portavamo la frustrazione che avevamo vissuto nella dicotomia Mediaset e Rai, non c’era altro. Con Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico, Andrea Sartoretti siamo amici da quando eravamo ragazzi, Giacomo lo conosco dall’82, siamo cresciuti insieme. Solo loro potevano affidarmi quel ruolo perché col ciuffo, gli occhi verdi ero l’attor giovane che deve far battere il cuore, mentre loro sapevano che ero un coglione, un caratterista, un buffone. È sconvolgente come nel lockdown dei ragazzi di sedici anni che hanno la possibilità di vedere la produzione mondiale si siano appassionati a Boris. Il mio vero privilegio d’attore è stato fare quello”.
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Per questa ragione è stata fatta la quarta stagione?
“Io non volevo e mi sbagliavo. Ma mettere le mani a quella materia senza Mattia Torre… la perdita di Mattia è stata uno strazio, ancora lo è. Non pensavo si potesse fare, però Giacomo e Luca sono stati veramente bravi”.
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“C’è una parola per il mio rapporto con Lillo: ‘bromance’. Da parte mia almeno, non so se lui è d’accordo. Bromance è una di quelle parole che ho imparato per parlare coi tiktoker, Lillo è stato l’incontro della mia vita, io lo amo da sempre ma ci conosciamo da poco. Sono stato una settimana con Lillo e Corrado Guzzanti e ogni tanto ci guardavamo e dicevamo: ‘ma ci pensi che siamo qui e ci pagano’. Non c’è un ciak che non sia interrotto perché ci rotoliamo per terra dalle risate per cui Lillo è la mia bromance anche se lui non vuole”.
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Il 2024 cosa le porterà?
“Sto scrivendo una serie sul calcio attingendo alle mie esperienze giovanili e una graphic novel sui topi, ispirata a una storia vera. Credo che con questi e qualche altro progetto finalmente io sia uscito dall’adolescenza”.