‘Raffa’, l’impresa di un regista coraggioso
di Antonio DipollinaSomiglia parecchio a quello che dev’essere successo veramente. Nella forma – i contenuti sono impossibili da stipare tutti dentro una serie o un film lungo – un regista come Daniele Luchetti alle prese con vita e opere di Raffaella Carrà (Raffa, tre episodi da un’ora, da ieri su Disney+) può dichiarare missione compiuta, ed era più o meno un’impresa.
Tre parti, appunto, gli esordi e il bianco e nero italiano da venti milioni di spettatori a colpo, l’internazionalizzazione di Raffa in giro per il mondo latino e il ritorno, quando sgambettare è diventato materia da limitare e si va a creare la tv ultrapop con i fagioli o i parenti che ritrovano i parenti e gli spettatori che piangono tutti insieme.
Somiglia parecchio a quello che dev’essere successo veramente. Nella forma – i contenuti sono impossibili da stipare tutti dentro una serie o un film lungo – un regista come Daniele Luchetti alle prese con vita e opere di Raffaella Carrà (Raffa, tre episodi da un’ora, da ieri su Disney+) può dichiarare missione compiuta, ed era più o meno un’impresa.
Tre parti, appunto, gli esordi e il bianco e nero italiano da venti milioni di spettatori a colpo, l’internazionalizzazione di Raffa in giro per il mondo latino e il ritorno, quando sgambettare è diventato materia da limitare e si va a creare la tv ultrapop con i fagioli o i parenti che ritrovano i parenti e gli spettatori che piangono tutti insieme.
La forma, si diceva: Luchetti porge il ricchissimo piatto e fa in modo che ognuno possa concentrarsi sulla parte preferita. Se qualcuno ne uscirà dicendo che non gli interessa quanto ha visto o che si è annoiato, sta mentendo. E il gioco di rimando con quanto succedeva in Italia – a partire dalla presunta liberazione del costume tramite ombelico a vista - è trattato come lo avrebbero trattato quelli che via via, alternandosi giusto un po’, da Boncompagni, a Iapino, a Salvo Guercio, a Giovanni Benincasa, hanno giocato il gioco di Raffa, massima dedizione ma senza farla mai troppo lunga.
Un documento definitivo, proprio perché ce n’è per tutti: compreso lo scandaglio di una personalità complessa, con vari momenti che sembrano sedute psicanalitiche, ma anch’esse troveranno un pubblico di riferimento.
L’errore sarebbe quello di proclamare che dopo questo docufilm si sia compresa di più, o di meno, Raffaella Carrà: si sono messi in ordine tempi e ricordi, si è scrutato il volto di chi testimoniava mentre ne parlava. È stato un altro show all’altezza, si è curiosato nelle sequenze d’epoca e si è capito benissimo cosa intende Fiorello quando ammicca un po’ ricordando le prime apparizioni tv e quel paese ragazzino, radunato davanti allo schermo, con sensazioni strane.
***
Momento top. A Pronto, Raffaella? c’è ospite Henry Kissinger. “Cosa apprezza di più in una donna?”. Risposta: “L’indipendenza”. Fa ridere un sacco.