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‘We are the world’: la notte che ha cambiato la storia del pop diventa un documentario imperdibile

Multischermo \ Su Netflix il documentario dedicato alla più famosa incicione collettiva della musica popolare
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L’ultima ad andarsene da quella magica stanza coi microfoni fu Diana Ross e la sentirono singhiozzare. Quincy Jones si avvicinò per capire il motivo e lei: “Non voglio che finisca”. Ed è l’ennsima - piacevole – trappola emotiva di We are the World – La notte che ha cambiato il pop (meglio in originale: The Greatest Night in Pop). Uscito ieri su Netflix, a 39 anni esatti da quella volta a Los Angeles. Colossi in azione, Lionel Ritchie e Michael Jackson a comporre la canzoncina irresistibile, Quincy Jones a produrre, Bob Geldolf che aveva iniziato un anno prima in Inghilterra con la musica benefica e Harry Belafonte che suggerì: facciamolo anche qui. Arrivarono tutti o quasi – il thriller sul perché non arrivò Prince è godibile. C’era una sola notte a disposizione, ci riuscirono, o meglio ci riuscì quel gigante di Quincy Jones al quale nessuno diceva di no, fosse Bob Dylan, fosse Springsteen, fosse Ray Charles. Huey Lewis, tra quelli, Boss compreso, che rievocano oggi quella storia, rac…

L’ultima ad andarsene da quella magica stanza coi microfoni fu Diana Ross e la sentirono singhiozzare. Quincy Jones si avvicinò per capire il motivo e lei: “Non voglio che finisca”. Ed è l’ennsima - piacevole – trappola emotiva di We are the World – La notte che ha cambiato il pop (meglio in originale: The Greatest Night in Pop). Uscito ieri su Netflix, a 39 anni esatti da quella volta a Los Angeles. Colossi in azione, Lionel Ritchie e Michael Jackson a comporre la canzoncina irresistibile, Quincy Jones a produrre, Bob Geldolf che aveva iniziato un anno prima in Inghilterra con la musica benefica e Harry Belafonte che suggerì: facciamolo anche qui. Arrivarono tutti o quasi – il thriller sul perché non arrivò Prince è godibile. C’era una sola notte a disposizione, ci riuscirono, o meglio ci riuscì quel gigante di Quincy Jones al quale nessuno diceva di no, fosse Bob Dylan, fosse Springsteen, fosse Ray Charles. Huey Lewis, tra quelli, Boss compreso, che rievocano oggi quella storia, racconta passaggi notevoli: tutti schierati per il coro, Paul Simon è in prima fila, si gira, guarda l’insieme e dice: “Wow, se scoppia una bomba, John Denver torna in classifica”.

Cose del genere, in quello che per chi c’era ma anche per gli altri è un viaggio di un’ora e mezza nel paese dei balocchi musicali, con sequenze di backstage da lustrarsi occhi, orecchie e gli altri sensi. Come fu allora – tutto improvvisato o quasi, ma c’era con ogni evidenza un’organizzazione ferrea – anche questo speciale netflixiano è costruito come una favola ma con assoluta sagacia acchiappa-pubblico. Quincy appese fuori dallo studio il cartello “Lasciate fuori il vostro ego”. Non lo fecero proprio tutti, ma pian piano ne uscì qualcosa che somigliava a quel risultato: e alla fine non se voleva andare nessuno, o quasi. Per quelli anche vagamente attirati da queste cose, la visione è imperdibile.

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Alcune forze politiche di agguerrita opposizione hanno di recente ottenuto un occhio di riguardo nei palinsesti Rai: e quindi curiosamente hanno deciso di non partecipare alle manifestazioni di protesta contro l’attuale Rai. Curioso davvero.

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