Amadeus e John Travolta e quei poveri autori condannati alla gag
di Paolo Di PaoloChe tragedia la gag! Un genere televisivo, un sottogenere, una stilla del vecchio varietà? La gag ha sempre avuto, nei Sanremo degli ultimi decenni, funzione di riempitivo, di cesura, di snodo. Tra una canzone e l’altra, conduttore e co-conduttori, conduttore e cosiddetti superospiti si prodigano nella (solitamente infelice) trovata autoriale. Funziona male perché il più delle volte è pensata male; ma altrettanto spesso è recitata male: meccanicamente, con un occhio al gobbo, con la legnosità tipica del cantante che vuole fare lo spiritoso, con l’apatia della star nazionale o internazionale strapagata che deve guadagnarsi il cachet.
John Travolta, che pure non è stato colto alla sprovvista, ha rifiutato il cappello da papero in quella che lo stesso Fiorello ha definito «una delle gag più terrificanti della televisione italiana». Difficile smentire: un surreale ballo del qua qua dopo l’ennesimo e superfluo revival dei proverbiali passi di danza cinematografici della carriera di Tr…
Che tragedia la gag! Un genere televisivo, un sottogenere, una stilla del vecchio varietà? La gag ha sempre avuto, nei Sanremo degli ultimi decenni, funzione di riempitivo, di cesura, di snodo. Tra una canzone e l’altra, conduttore e co-conduttori, conduttore e cosiddetti superospiti si prodigano nella (solitamente infelice) trovata autoriale. Funziona male perché il più delle volte è pensata male; ma altrettanto spesso è recitata male: meccanicamente, con un occhio al gobbo, con la legnosità tipica del cantante che vuole fare lo spiritoso, con l’apatia della star nazionale o internazionale strapagata che deve guadagnarsi il cachet.
John Travolta, che pure non è stato colto alla sprovvista, ha rifiutato il cappello da papero in quella che lo stesso Fiorello ha definito «una delle gag più terrificanti della televisione italiana». Difficile smentire: un surreale ballo del qua qua dopo l’ennesimo e superfluo revival dei proverbiali passi di danza cinematografici della carriera di Travolta. E se fosse stata un’intervista? Ecco, anche l’intervista può essere un problema, a Sanremo: perché è difficile trovare domande intelligenti più ancora che risposte interessanti. E i pur coraggiosi tentativi di Fazio o di Bonolis, ma anche del vecchio Baudo, di portare un po’ di talk sul palco dell’Ariston avevano sempre l’effetto quasi raggelante della chiacchiera fuori contesto. Sempre troppo qualcosa. Troppo solenne, troppo leziosa, troppo politica, troppo promozionale, troppo inutile.
Amadeus ha giustamente quasi abolito le interviste e – a quanto pare – anche i monologhi, che nella scorsa edizione erano diventati una scintillante e pericolosa zavorra. Se togli tutto, se fai un Sanremo interviste-e-monologhi free, restano solo le canzoni, e non va bene. Perciò non è facile rinunciare alle gag: sennò, che gli fai fare a Mengoni dopo che ha cantato? Non è bello dare addosso a chi si impegna, ma certo mi sarebbe piaciuto assistere alle sessioni autoriali (di solito si tratta di squadroni veri e propri), capire secondo quale strategia narrativa e decorativa scrivono sul copione “Amadeus si toglie le scarpe”, o “Mengoni entra con un retino”. La parola giusta nel vocabolario della Generazione Z, che contribuisce massivamente al successo del festival, sarebbe “cringe”.
La gag è cringe perché genera imbarazzo, come un effetto collaterale. Il pubblico dell’Ariston poi, si sa, è faticoso di suo. Quello a casa ha già riaperto i social per dire (sarcasticamente) la sua. Travolta intanto scappa col cachet, sbuffando. E a noi resta una domanda abissale: caro comparto autoriale, esiste in questa galassia un’alternativa alla gag? Non sono sicuro, ma sarebbe quasi commovente se esistesse.Paolo Di Paolo