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‘Warrior’, botte e lussuria. Grossi guai a Chinatown

Multischermo / La terza stagione della serie Sky sulle lotte tra cinesi e americani nella San Francisco di fine 800
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Una delle serie più sottovalutate, e buon per chi ci ripenserà, è Warrior. La potenza del marchio Hbo non è servita a convincere molti di quelli che hanno letto kung-fu, arti marziali e soprattutto Bruce Lee, decidendo che quindi la qualifica di genere fosse troppo ristretta.

Invece è un peccato che questa terza stagione appena arrivata su Sky — quattro episodi a disposizione finora, su dieci — sia quella conclusiva: per un action-drama sì, ma di quelli a intensità costante con lampi esplosivi nei quali si menano le mani, parecchio, ma soprattutto si combatte una lotta al tempo stesso etnica e di potere nella quale il bene e il male sono indefiniti, il progresso incombe spazzando via ogni remora e la politica corrotta muove tutte le pedine in gioco.

Volendo, anche un racconto di frontiera: siamo nel 1870 a San Francisco, Chinatown è l’epicentro, le Tong cinesi — bande organizzate — lottano tra di loro e insieme contro il mondo dei bianchi americani che un po’ vorrebbe cancellare ogni …

Una delle serie più sottovalutate, e buon per chi ci ripenserà, è Warrior. La potenza del marchio Hbo non è servita a convincere molti di quelli che hanno letto kung-fu, arti marziali e soprattutto Bruce Lee, decidendo che quindi la qualifica di genere fosse troppo ristretta.

Invece è un peccato che questa terza stagione appena arrivata su Sky — quattro episodi a disposizione finora, su dieci — sia quella conclusiva: per un action-drama sì, ma di quelli a intensità costante con lampi esplosivi nei quali si menano le mani, parecchio, ma soprattutto si combatte una lotta al tempo stesso etnica e di potere nella quale il bene e il male sono indefiniti, il progresso incombe spazzando via ogni remora e la politica corrotta muove tutte le pedine in gioco.

Volendo, anche un racconto di frontiera: siamo nel 1870 a San Francisco, Chinatown è l’epicentro, le Tong cinesi — bande organizzate — lottano tra di loro e insieme contro il mondo dei bianchi americani che un po’ vorrebbe cancellare ogni muso giallo — la dizione è usata con costanza — e un po’ sfruttarne le posizioni per avanzare nell’impetuoso giro di evoluzione sociale ed economica in atto.

Bruce Lee c’entra in quanto la lontana origine è in una serie di racconti che aveva lasciato in eredità: ma autori e produttori hanno visto molto più Scorsese che L’urlo di Chen. In questa terza stagione il guaio è l’arrivo di un nuovo capo della Polizia che sembra un capoccia ungherese moderno.

Il protagonista Ah Sahm, cinese immigrato da poco, fuoriclasse in arti marziali e criminale suo malgrado, ritrova il difficilissimo ruolo nel quale cerca di mediare finché può tra forze contrapposte: e quando non può, stende cinque avversari per volta a mani nude. Tra bordelli, violenze e lussuria, tentando di mantenere in vita anche un paio di purissime storie d’amore, e non tutte etero. L’insieme, produce un’ottima serie.

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Enrico Lucci di Striscia si era raccomandato con Amadeus nella conferenza stampa con Lorella Cuccarini: “Ama, attento a non definirla la più amata dagli italiani. Sennò chissà la gente cosa pensa”. E Amadeus in effetti se n’è ben guardato.

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