Simone Annicchiarico, figlio di Walter Chiari: “Una volta si finse medico e tenne una conferenza acclamatissima. Fu arruolato nella Decima Mas ma disertò. La cocaina? Che brutta storia”
di Luigi BologniniQuando muore un artista scatta sempre la corsa a individuarne l’erede e di solito non lo si trova. Di Walter Chiari a 100 anni dalla nascita si è finalmente, indiscutibilmente, assolutamente capito chi sia l’erede. Bastava guardare il Codice Civile: l’erede è il figlio (fatto con Alida Chelli) Simone Annicchiarico. E lo chiarisce un altro libro, 100% Walter, che il 53enne Annicchiarico (attenzione alle due c) ha appena scritto per Baldini + Castoldi, 480 pagine, 18 euro. A una biografia materiale di Chiari, Simone intreccia quella sentimentale, Quella di un figlio che ha avuto un destino che qualunque pedagogo sconsiglierebbe: essere il migliore amico del padre (morto nel 1991). “Perché non è stato un padre nel senso classico, non mi ha mai insegnato niente, al massimo a nuotare. Semmai dava l’esempio, come quando nel traffico fece fermare l’auto per andare a mettere il soprabito sulle spalle di un povero. Uno guardava, imparava e soprattutto si divertiva. Perché papà era esattamente …
Quando muore un artista scatta sempre la corsa a individuarne l’erede e di solito non lo si trova. Di Walter Chiari a 100 anni dalla nascita si è finalmente, indiscutibilmente, assolutamente capito chi sia l’erede. Bastava guardare il Codice Civile: l’erede è il figlio (fatto con Alida Chelli) Simone Annicchiarico. E lo chiarisce un altro libro, 100% Walter, che il 53enne Annicchiarico (attenzione alle due c) ha appena scritto per Baldini + Castoldi, 480 pagine, 18 euro. A una biografia materiale di Chiari, Simone intreccia quella sentimentale, Quella di un figlio che ha avuto un destino che qualunque pedagogo sconsiglierebbe: essere il migliore amico del padre (morto nel 1991). “Perché non è stato un padre nel senso classico, non mi ha mai insegnato niente, al massimo a nuotare. Semmai dava l’esempio, come quando nel traffico fece fermare l’auto per andare a mettere il soprabito sulle spalle di un povero. Uno guardava, imparava e soprattutto si divertiva. Perché papà era esattamente lo stesso su e giù dal palco: un ragazzone torrenziale, irrefrenabile, mai esausto. Assieme eravamo due ragazzi”.
Può farci qualche esempio? C’è tutto sul libro, ovviamente, che merita la lettura anche solo per gli aneddoti. Ma ce ne racconti qualcuno.
“Ad esempio durante un viaggio verso Venezia, ogni tanto fermavamo l’auto e lui – allora famosissimo – chiedeva in inglese, francese o tedesco qualche indicazione stradale. E il malcapitato cercava di orientarsi sulla mappa ma al contempo si chiedeva “Ma questo non è Walter Chiari? Oppure a Cortina D’Ampezzo: eravamo su una seggiovia lentissima e lunghissima, e a lui le seggiovie ispiravano gag, personaggi, diventava irresistibile. Morale, una volta all’arrivo non scendemmo e tornammo indietro, per goderci fino in fondo il momento. E un volo Roma-Olbia che non partiva mai: a un certo punto si alzò, prese il berretto del pilota, si impadronì del microfono e improvvisò un finto messaggio sulla sicurezza di mezz’ora e quando si decollò ripartì col suo repertorio. Un volo infinito che però nessuno voleva finisse. Infine un giorno che eravamo in treno con la sua fidanzata di allora: il treno fermò, ai tempi alle stazioni si restava diversi minuti per poter comprare giornali e panini. Noi scendemmo per andare in edicola, papà si attardò tantissimo, finché il treno non ripartì con la ragazza. Lui mi guardò complice: uscimmo dalla stazione, c’era un suo amico che ci aspettava con l’auto. Era tutto programmato per farci una vacanza da soli io e lui”
Inutile chiederle se sia stato difficile affrontare la sua morte. Quindi le chiediamo quanto fosse difficile vivere con uno così.
“Dopo la morte per fortuna mi sono accorto che se n’era andato ma non ci aveva svuotato: era stato così tanto in vita che non ha mai smesso di esserci. Per il resto posso considerare solo un onore e un privilegio essere stato suo figlio. Certo era dispendioso anche di energie, non sapevi con chi finivi, con chi vivevi”.
Per lei è stato così fin dalla nascita, avvenuta nel momento più terribile della vita di suo padre: il carcere nel 1970 per la cocaina, di cui è sempre stato un accanito consumatore per tutta la vita.
“So bene che è così, ma le giuro che - sarò stato ingenuo io o sarà stato bravo lui a nascondere certe cose – io non ho mai visto nulla. Quella vicenda è stata indubbiamente brutta, anche perché coinvolse pure uno che cocaina non ne aveva mai usata come Lelio Luttazzi. Brutta storia, da qualunque parte la si guardi. Posso solo dire che papà cercò più volte Lelio, ma non riuscì mai a parlargli”.
C’è chi dice che ci sia un Walter prima e un Walter dopo questo carcere. Lei che ha vissuto solo quello dopo, che dice?
“Che mi basta guardare i filmati per dire che è vero. Prima piegava dal ridere chiunque, un bambino di 5 anni così come un vecchio di 80. Poi gli cambia la voce che si fa roca, è meno disinvolto, cambia anche il pubblico, che sembra credere meno alla sua giocosità. Insomma, si chiedeva: ma loro sono sempre loro? Mi capiscono ancora? Per questo ho un vero rimpianto: che mi abbia fatto così tardi, a 46 anni. Fossi nato negli anni Sessanta mi sarei goduto il Walter migliore”.
Sfatiamo una leggenda metropolitana: non è vero che sulla sua tomba c’è scritto “Non preoccupatevi amici, è solo sonno arretrato”.
“Falso, falso, era una battuta che fece Dino Risi. Però devo ammettere che sulla sua tomba al Cimitero Monumentale di Milano non sono mai andato”
E perché?
“Abbiamo parlato spesso della morte. Entrambi avevamo un’idea che scavalcava le cose istituzionali, le chiese, i preti, le tombe… Per cui non sono mai andato e non credo che mai andrò. Il ricordo è sempre dentro di me. Almeno dentro di me”.
In che senso? YouTube trabocca di filmati, Rai Play ha sfoggiato uno speciale ricchissimo. CHi vuole infomrarsi e divertirsi sa come fare.
“Chi vuole. E io purtroppo ho constatato che sotto i 40 anni di età non se lo ricorda nessuno. Ma neanche Tognazzi, Gassman… Solo Villaggio, perché ha fatto Fantozzi per 30 anni. L’effetto di anni di rimbambimento della Tv, di Internet, del sistema: c’è un buco nero clamoroso”.
Vuole ricordarlo lei chi era artisticamente?
“La star assoluta e incontrastata della tv italiana negli anni Sessanta, i suoi monologhi nello spettacolo del sabato sera fermavano tutti. Ma vorrei anche ricordare che fu l’unico attore italiano ad avere il nome in cartellone a Broadway. Un grande successo che durò poco, perché fece l’errore di andare lì a fare l’americano, inclusa la padronanza perfetta della lingua: avrebbe dovuto andare a fare il paisà, l’italo-americano, pizza, pasta e quelle cose lì. Ma sarebbe stato indegno della sua bravura artistica, ovviamente”.
Vogliamo parlare dell’altra leggenda su di lui: era fascista o no?
“Di sicuro si arruolò nella Decima Mas ai tempi di Salò, ma per obbligo. In documenti successivi risulta come “disertore”. Ci sono voci, credo falsissime, che partecipò allo sbarco in Normandia. Mentre è vera, perché gliel’ho sentita dire, la battuta “Quando appesero Mussolini a testa in giù a piazza Loreto, dalle tasche non gli caddero soldi”. Ci ho riflettuto, ma l’ho presa come una provocazione al clima iper-politico dei tempi. Se fosse stato fascista me ne sarei accorto, invece lui amava la libertà. Edera impolitico nei suoi monologhi. Forse il problema fu anche questo: chi era impolitico allora era automaticamente fascista. Pensi anche a Battisti”.
Però con un genio della risata come lui bisogna chiudere in bellezza. Ci dice l’aneddoto più bello che le hanno raccontato?
“Walter aveva un’enorme passione per la biologia, comprava libri e riviste, sapeva tutto del sistema nervoso centrale, spaccava le medicine in quattro per farne dei cocktail su misura. Un giorno era a Bruxelles e vide un convegno medico internazionale. Trafugò un camice, salì sulla pedana del relatore e tenne una conferenza. Alla fine i medici gli fecero una standing ovation. Probabilmente la più strana delle migliaia che ha ricevuto”.