Ema Stokholma: “La battaglia per i diritti si vince solo se ti metti nei panni di chi è in difficoltà”
di Luigi BologniniCertamente chiamarsi come una città da sempre simbolo di apertura mentale, diritti civili e assenza di pregiudizi sessuali qualcosa vorrà pur dire. Ma Ema Stockholma, che il nome d’arte in realtà l’ha scelto ispirandosi alla canzone A Stoccolma di Rino Gaetano, da sempre cerca di andare anche oltre gli svedesi (“ai quali certe cose vengono facili anche perché sono molto meno di noi”, sorride). Ed è uno dei motivi per cui Morwenn Moguerou, come si chiama davvero la 40enne francese, è stata scelta per condurre – assieme a Francesca Michielin – la cerimonia di consegna dei Diversity Media Awards gli Oscar dell’inclusione, il 28 maggio dal teatro Lirico Giorgio Gaber di MIlano. Un mese esatto dopo, Rai1 la trasmetterà in seconda serata.
Come sempre e come in tutto, si può migliorare, ma l’impressione è che anche l’Italia si sia messa in cammino per superare le discriminazioni genere, etnia, sessualità, età, disabilità, aspetto fisico. Insomma, non si sta benissimo, ma meglio di prima sì. …
Certamente chiamarsi come una città da sempre simbolo di apertura mentale, diritti civili e assenza di pregiudizi sessuali qualcosa vorrà pur dire. Ma Ema Stockholma, che il nome d’arte in realtà l’ha scelto ispirandosi alla canzone A Stoccolma di Rino Gaetano, da sempre cerca di andare anche oltre gli svedesi (“ai quali certe cose vengono facili anche perché sono molto meno di noi”, sorride). Ed è uno dei motivi per cui Morwenn Moguerou, come si chiama davvero la 40enne francese, è stata scelta per condurre – assieme a Francesca Michielin – la cerimonia di consegna dei Diversity Media Awards gli Oscar dell’inclusione, il 28 maggio dal teatro Lirico Giorgio Gaber di MIlano. Un mese esatto dopo, Rai1 la trasmetterà in seconda serata.
Come sempre e come in tutto, si può migliorare, ma l’impressione è che anche l’Italia si sia messa in cammino per superare le discriminazioni genere, etnia, sessualità, età, disabilità, aspetto fisico. Insomma, non si sta benissimo, ma meglio di prima sì. E sul fatto che i media giochino un ruolo fondamentale concorderà, non solo perché lei stessa ne fa parte e perché presenterà la serata. “Certo che concordo. Soprattutto sul fatto che si possa fare ancora meglio. Ma non posso negare i passi avanti, alcuni anche rapidi ed evidentissimi”.
Ad esempio?
“Gliene dico due che solo casualmente, o forse no, riguardano lo stesso canale tv, Rai 1. Anzitutto, proprio che qui sia trasmessa la consegna di questi premi. E non è la prima volta. E poi, Sanremo, che sempre più è un’occasione per i cantanti, quelli giovani soprattutto, ma non solo, di esprimere se stessi, che sia cantando i diritti, vestendosi e ballando come gli pare, a volte anche dichiarandosi pubblicamente. Ma sempre e comunque facendo tutto in maniera spontanea, senza calcoli, senza marketing, senza una moda da seguire. Per dirla in modo un po’ brutale, c’è una generazione che dice quel che cacchio vuole e come cacchio vuole. E questo è bello anche e soprattutto per chi segue da casa, magari ragazzi che da questi esempio traggono il coraggio di essere se stessi, di superare pregiudizi verso gli altri, insomma di aprirsi”.
E viceversa, dove bisogna ancora migliorare?
“Nell’empatia. Ovvero nella capacità di immedesimarsi negli altri, nei loro problemi, nella loro mentalità. Tanto per non parlare sempre e solo dei diritti sessuali, che sono importantissimi ma non sono gli unici, penso alla disabilità. Guardiamo qualcuno in carrozzella o con le stampelle e ne abbiamo pietà, d’accordo, magari lo aiutiamo anche. Ma non ci immedesimiamo mai davvero nella sua situazione, nei suoi problemi di mobilità e di vita. Dimenticando che può bastarci un secondo, una manovra sbagliata mentre si guida, una distrazione, una fatalità, per ritrovarsi esattamente nella stessa condizione”.
E in questo i media come stanno messi? A che punto sono? Ce n’è uno più avanzato e uno meno avanzato?
“No, o meglio non posso generalizzare. C’è l’ottimo e il pessimo dappertutto. La televisione offre programmi osceni e zeppi di pregiudizi e altri liberi e illuminati. Così la radio, dove spero di fare la mia parte. E anche i giornali: l’arretratezza mentale di alcune testate è pazzesca, così come l’apertura di altre”.
Forse è più un discorso di generazioni?
“Questo sicuramente, ma anche qui niente pregiudizi: alcune battaglie, penso a quella per l’uguaglianza delle donne, hanno ormai un secolo, segno che non sono state iniziate dai giovani di adesso, che le stanno solo proseguendo. E tanti giornalisti, attori, intellettuali, hanno parlato di diritti da decenni. Poi è chiaro che certe sensibilità sono più recenti. Penso a come eravamo noi ragazzi degli anni Novanta”.
E come eravate?
“Il body shaming non sapevamo cosa fosse, e tutti facevamo battute come “ciccione” o “pelato”. Magari in buona fede, anzi quasi sempre si voleva solo fare una battuta innocente, ma non c’era la sensibilità per capire che si feriva l’altro. Ora sì, ed è un grande passo avanti. Naturalmente poi si cambia di Paese in Paese. Non dimentichi che io sono francese, e noi siamo ben più abituati, per motivi storici, a confrontarci con persone dal colore della pelle diverso. Per cui era molto raro che si gridassero insulti su questo. Anzi, se qualcuno mi diceva raciste io tornavo a casa dicendo di essere stata insultata”.
Rovesciando il proverbio, ogni Paese è un mondo.
“Sì, e infatti la vera medicina anti-discriminazioni è viaggiare: andare in posti dove si conosce poco la lingua e capire il disagio di chi viene in Italia e parla male l’italiano, oppure girare con pochi soldi e vedere la vita dei poveri, o anche andare in luoghi cosmopoliti e accorgersi del fatto che due persone che si baciano in pubblico, qualsiasi combinazione di genere abbiano, non scandalizzano”.
Chiudiamo con gli Awards. Sarà una bella battaglia. Non le chiediamo giudizi perché ovviamente bisognerà votare, ma c’è qualcosa che l’ha colpita?
“Sì, che le serie tv italiane in lizza siano solo 4 quando il numero massimo è 6. Un piccolo ma significativo segno che bisogna ancora lottare”.