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Marco Columbro: “Dopo l’ictus nessuno mi ha più chiamato. Berlusconi mi aiutò. Da giovane leggevo Freud per conquistare le ragazze. Oggi in tv solo litigi, il mio amore è il teatro: me l’ha insegnato Dario Fo”

La seconda vita del conduttore, 73 anni, dall’“invenzione” della tv del mattino ai successi degli anni 80 e 90 passando per le esperienze in palcoscenico. Ora ha un albergo in Val d’Orcia, a Natale uscirà il suo libro. “La gente però non mi dimentica, sento ancora l’affetto del pubblico”
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Marco Columbro inventò la tivù del mattino insieme a Berlusconi, ed era un personaggio da milioni di spettatori. Anni Ottanta e Novanta: sullo schermo, Columbro era popolarissimo, garbato e gentile. Un signore. Poi ebbe un ictus, era il 2001, da cui guarì perfettamente. Ma, da allora, nessuno l’ha più cercato per altre trasmissioni.

Pare incredibile, ma è andata così. Marco, lei se lo spiega?

“Sinceramente no, e ho smesso di farmi domande. Si vede che doveva andare in questo modo. Un anno di assenza mi ha fatto percepire come morto, anche se non lo ero affatto e non lo sono, per fortuna. Però, la gente non dimentica”.

Come ha reagito il pubblico?

“Mi fermano ancora per strada, mi vogliono molto bene e pure questo me lo spiego fino a un certo punto, visto tutto il tempo che è passato. L’affetto di queste persone mi fa capire che ho fatto un buon lavoro”.

In tivù non è più andato per niente?

“Veramente, da cinque anni conduco un programma che si chiama Leader, sull’emittente Business 24…

Marco Columbro inventò la tivù del mattino insieme a Berlusconi, ed era un personaggio da milioni di spettatori. Anni Ottanta e Novanta: sullo schermo, Columbro era popolarissimo, garbato e gentile. Un signore. Poi ebbe un ictus, era il 2001, da cui guarì perfettamente. Ma, da allora, nessuno l’ha più cercato per altre trasmissioni.

Pare incredibile, ma è andata così. Marco, lei se lo spiega?

“Sinceramente no, e ho smesso di farmi domande. Si vede che doveva andare in questo modo. Un anno di assenza mi ha fatto percepire come morto, anche se non lo ero affatto e non lo sono, per fortuna. Però, la gente non dimentica”.

Come ha reagito il pubblico?

“Mi fermano ancora per strada, mi vogliono molto bene e pure questo me lo spiego fino a un certo punto, visto tutto il tempo che è passato. L’affetto di queste persone mi fa capire che ho fatto un buon lavoro”.

In tivù non è più andato per niente?

“Veramente, da cinque anni conduco un programma che si chiama Leader, sull’emittente Business 24. Intervisto imprenditori: nel nostro paese esistono realtà ed eccellenze magnifiche, si producono cose davvero spettacolari”.

Il conduttore e attore alla presentazione della serie tv 'Baciati dall'amore', nel 2011 

Dove va in onda il programma?

“Sul digitale terrestre, ma non mi chieda il canale, io non sono così digitale…”.

E’ vero che, dopo essere stato messo da parte dalla tivù generalista, lei ha fatto anche televendite di climatizzatori?

“Certo, e non lo trovo disdicevole. Ai tempi di Carosello, tutti i grandi attori giravano pubblicità”.

Di cos’altro si occupa oggi?

“Del mio albergo in Val d’Orcia, la Locanda Vesuna. Il nome è quello della divinità etrusca che sovrintende all’agricoltura e alla terra. E a Natale uscirà un mio libro, Il risveglio di Parsifal, frutto di 45 anni di ricerca spirituale contro il dogmatismo e il fideismo. Parto da un concetto semplice, ma essenziale: chi crede non conosce, e chi conosce non ha bisogno di credere. Bisogna essere persone consapevoli e uscire dal gregge. La verità è una ricerca infinita, e io sento il dovere della divulgazione. Ho ancora un pubblico affezionato, ed è giusto che mi rivolga a lui”.

Quale ricordo ha di Silvio Berlusconi?

“Siamo stati amici fraterni, e ripenso a Silvio con gioia. Nei momenti più difficili mi aiutò molto, ma non è bastato per farmi tornare in onda. Lui aveva ormai altre priorità, la politica specialmente. Ma so che ci provò. E ci sono altre cose che non è opportuno dire”.

Lei è stato anche un attore teatrale: cosa ricorda di quel periodo?

“Molti spettacoli di successo, tra cui due in particolare: “L’anatra all’arancia”, con due anni di repliche, e Tootsie, dov’ero una donna come Dustin Hoffman nel celebre film. Accadde dopo l’ictus, quando mi accorsi che la malattia aveva influito sulla mia emotività mettendo a nudo quell’eterno femminino di cui parla Freud. Ero pronto alla sfida. Credo sia stata una prova d’attore importante”.

Columbro con Eliana Miglio nella serie tv 'Non ho l'età' 

A proposito di Freud: è vero che lei lo leggeva da ragazzino?

“Sì, ma anche Jung e Adler. Siccome ero molto sfigato con le ragazze, cercavo argomenti che le potessero interessare. Mi sono letto tutta la Psicopatologia della vita quotidiana di Freud e i due tomi di Alfred Kinsey, il celebre sessuologo”.

Ha funzionato?

“Non mi lamento, anche se ero soprattutto un formidabile teorico…”.

Lei è stato il primo conduttore della tivù del mattino: come andò?

“Un giorno, Berlusconi mi convocò e mise una cassetta nel videoregistratore per mostrarmi un programma che andava in onda negli Stati Uniti: Good morning America. C’erano rubriche di servizio, che so, il medico, il giardinaggio, le ricette, e poi i telegiornali in diretta, cosa che in Italia ancora non esisteva. Silvio era sicuro che sarebbe stato un successo e aveva ragione, come quasi sempre. Così, su Canale 5 nacque Buongiorno Italia”.

Il conduttore a 'Che tempo che fa' 

Perché quell’esperienza è stata per lei così importante?

“Arrivavano valanghe di lettere di persone sole, che ci ringraziavano. Ricordo un’anziana signora di Genova che ci mandò anche una torta, scrivendo che ormai eravamo noi la sua famiglia. Cioè, io e la conduttrice Antonella Vianini, che purtroppo ha lasciato il suo corpo e non è più tra noi. Era bellissima, assomigliava a Romy Schneider. C’era un carcerato che la inondava di lettere che iniziavano in modo molto romantico, finché quel tizio sbroccava e le scriveva cosa irripetibili. La povera Antonella scoppiava sempre a piangere”.

Quel vostro programma fu una specie di traino per illustri colleghi.

“Dopo di noi andavano in onda Mike e Corrado, che potevano contare su svariati milioni di telespettatori già in avvio di trasmissione. Corrado, insieme a Raimondo Vianello, è sempre stato il mio punto di riferimento per garbo e gentilezza. Spero, nel mio piccolo, di non averli delusi”.

E’ vero che la Rai vi copiò?

“Eccome! Chiamarono la Carrà, e la misero a far indovinare il numero dei fagioli nel vaso: fu la fortuna di Raffaella, il suo grande ritorno. Ma i pionieri eravamo stati noi a Mediaset”.

Con Lauretta Masiero e Mariangela D'Abbraccio: fecero insieme lo spettacolo teatrale 'Twist' 

Lei ha lavorato per molti anni con Lorella Cuccarini: che tipo è?

“Formidabile professionista e amica vera, una delle poche persone dello spettacolo a non essersi dimenticate di me dopo la malattia. La conobbi per lo speciale Una sera ci incontrammo: era una ballerina biondissima e mingherlina. Il primo giorno mi chiese se sapessi danzare. “Sì, in discoteca”, risposi io. E allora Lorella mi spiegò che avremmo dovuto imitare Ginger Rogers e Fred Astaire, mentre sullo schermo sarebbero passate immagini delle due coppie, allo specchio. Ovviamente rifiutai, e lei come se niente fosse mi fece lavorare otto ore al giorno, da autentica donna bionica qual è. Tornavo a casa a pezzi, non c’era una parte del corpo che non mi dolesse. Però, sia come sia, alla fine quel balletto lo facemmo e venne benissimo. Tra me e Lorella c’è sempre stata un’intesa perfetta”.

Non prova amarezza, dopo tanti anni di assenza dalla televisione?

“No, è un sentimento che non conosco. Ho fatto cose belle, e ho cercato di farle nel miglior modo possibile. Il pubblico lo sa, io avverto ancora la sua energia e la sua vicinanza. Spero che il mio modo di pormi sia stato apprezzato, ma a occhio direi di sì. Ho sempre cercato di presentarmi con gentile ironia, qualcosa che forse oggi un po’ manca. C’è un generale appiattimento, e noto troppa aggressività in giro”.

Columbro con Antonio Ricci e Lorella Cuccarini 

La tivù la guarda?

“Solo Netflix, perché amo film e documentari. Invece la televisione generalista mi annoia, è falsa, compresi i telegiornali: tutti di parte, raccontano la realtà come fa comodo, non solo alla politica. Di questi tempi, poi… Per non parlare della tivù del dolore: quella è davvero terribile, perché sfrutta la sofferenza della gente. Quella di cui si parla, ma anche quella che guarda, da casa”.

La politica non le interessa?

“Ma per carità! Sempre gli stessi ospiti a rotazione, in tutte le reti. Opinionisti del nulla, non di rado tracotanti. Sembra che oggi, in tivù, si sappia soltanto litigare. E stendiamo un pietoso velo sui reality, il peggio del peggio”.

Eppure la gente ci crede ancora.

“Incredibile. La frase “l’ha detto la tivù!” resta un dogma, invece è basata sul nulla>.

Copertina di “Sorrisi e Canzoni tv” del 5 gennaio 1992. Premiati con i Telegatti ci sono…

“Eh, lo faccia dire a me, lo so bene, è qui incorniciata in casa mia. Allora, nella stessa fotografia vediamo Berlusconi, Enzo Biagi, Tomba, Gino Paoli, Benigni, il sottoscritto e Francesco Cossiga, che a quel tempo era il Presidente della Repubblica…”.

Cosa ricorda di quello scatto?

“Eravamo in uno studio fotografico milanese, tutti tranne Benigni che proprio non poteva e allora lasciarono lo spazio poi riempito dal fotomontaggio. Ma gli altri erano tutti lì, eccome, in carne e ossa, compreso il Capo dello Stato”.

Ricorda qualche scambio di battute particolare, tra voi?

“Sinceramente no. Ed ero talmente popolare, a quell’epoca, che non mi sentivo nemmeno precipitato da Marte”.

Lei ha usato l’espressione “lasciare il corpo” a proposito della sua collega scomparsa. Che significa?

“Significa che lo spirito abita il corpo come noi portiamo un cappotto o saliamo in auto. Quando l’auto e il cappotto sono vecchi, li abbandoniamo, però noi ci siamo ancora. Lo spirito è immortale e si reincarna di continuo, questo mi ha insegnato un’intera vita di ricerca spirituale. Io stesso, aiutato da un maestro di meditazione, so di essere stato in qualche mia vita precedente un Templare, un monaco benedettino e un medico. Per fortuna, delle nostre reincarnazioni non abbiamo memoria, sarebbe troppo doloroso”.

Torniamo al teatro. E’ vero che fu Dario Fo a insegnarle come stare in scena?

“Sì. Lo avevo conosciuto perché avevo fatto qualcosa in Rai con Franca Rame, e Dario stava preparando l’Histoire du soldat di Stravinskij, per la Scala. Ingaggiò una trentina di mimi, donne e uomini, e tre attori che dovevano impersonare il diavolo e due soldati. Uno dei soldati ero io. Restammo in tournée per oltre un anno. Ci muovevamo con tre torpedoni, uno per gli attori e i mimi, uno per l’orchestra e uno per le scenografie, sembravamo il Circo Togni. Tra i mimi c’era anche Paolo Rossi, e una sera io e lui facemmo un patto: il primo di noi due a diventare famoso, avrebbe pagato la pizza all’altro. Poi, però, ci siamo perduti di vista e quella pizza è rimasta in sospeso”.

Chi l’avrebbe offerta?

“Beh, direi lui a me”.

Il teatro resta il suo grande amore?

“Senza offesa per la televisione, sì. Arrivai a Milano dalla Toscana nel 1974 e cominciai a esibirmi al cabaret Refettorio, che era il concorrente del Derby. E poi facevo teatro itinerante per ragazzi: si giravano le piazze, e dopo gli spettacoli si rimaneva a chiacchierare con il pubblico, quasi sempre studenti. Era molto bello, e c’era il vantaggio che poi non si doveva dare una mano a sbaraccare… Ricordo che, per economia, gli attori interpretavano più personaggi. In una versione di Giulietta e Romeo, io ero sia Mercuzio sia un frate. Una sera entrai in scena tutto intabarrato, con il cappuccio del saio ben calato sul viso, quando dal pubblico si alzò una voce: “Ma quello è Mercuzio!” Mi avevano sgamato”.

Lei ha vissuto molte vite. Cosa desidera dalle prossime?

“Ho almeno due sogni ancora da realizzare, uno per il teatro e l’altro per la televisione. Dunque, mi piacerebbe portare in scena La pantera rosa, penso che sarei un ottimo ispettore Clouseau. Per quanto riguarda tivù, invece, vorrei realizzare una serie dal titolo “Io chi sono?”, sulla costruzione dell’essere umano nel passaggio dall’homo erectus al sapiens. Si tratterebbe di una fiction, abbiamo già scritto il soggetto e lo stiamo presentando ai potenziali produttori. Siccome è una cosa piuttosto complessa e impegnativa, occorrerà una produzione internazionale. Speriamo”.

Almeno uno dei due progetti può riuscire. Marco Columbro, scommettiamo una pizza?

“Di più, una cena!”.

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